Eccomi qui, con il finale del nostro viaggio in Portogallo, a praticamente due settimane di distanza. Ma in fondo questa reiterazione è stata un modo per prolungare il viaggio, anche se ora vi chiedo uno sforzo di memoria.
Dunque, se ben ricordate, mentre noi eravamo stesi in spiaggia accarezzati dal fresco vento dell'oceano, gran parte di voi, sullo stivale, boccheggiavate attanagliata da una caldazza improvvisa.
Noi eravamo fuggiti, ma la caldazza è stalker inside e quindi ha fatto di tutto per raggiungerci, gettando in uno sconfortato stupore i portoghesi che alla caldazza caldazza pare non ci siano abituati.
Ma noi siamo più furbi di una qualunque situazione metereologica, e se il primo giorno ci eravamo chiusi in un acquario, il secondo, e pare il peggiore, ce ne siamo andati a Sintra, dove ci era stato detto vigesse un particolare fresco microclima.
Mai dichiarazione fu sì vera. Appena scesi dall'autobus che aveva fatto un giro assurdo per portarci a 16 km di distanza in soli 40 minuti, spegnendo a un certo punto il climatizzatore, credevamo che qualcuno avesse acceso l'aria condizionata. Fuori. Sotto un cielo blu carta da zucchero, che era così bello che dello zucchero aveva persino l'odore.
La prima cosa che abbiamo visto sono state case color pastello e un fruttivendolo in cui se non fosse un filo lontano andrei a farci la spesa tutti giorni. Anche perché vende delle albicocche che, signore mie, se sono buone. Così buone che sanno di succo di frutta.
Poi ci siamo spostati e passo dopo passo siamo entrati nel paese delle fiabe. Una lunga e morbida strada che sale, tra parchi verdi e lussureggianti, in cui placide riposano ville che definire maestose toglierebbe loro parte della magia che le pervade. Nulla di brutto, nulla di fuori posto. Le fate si nascondevano, ma neanche tanto bene, tra le verdi foglie.
Il paese in cima è probabilmente troppo turistico, ma per una volta ho fatto finta di niente.
Abbiamo passeggiato, magiato, passeggiato, mangiato un gelato, passeggiato, addirittura fatto shopping, e come al solito non abbiamo visitato nulla.
Ma ci siamo innamorati, e questo forse basta.
Il rientro è stato un tantino più drammatico. Ci siamo fatti fregare l'autobus da una frotta di gitanti, e abbiamo aspettato davanti alla stazione quello successivo per più di un'ora. La noia si è dileguata nel constatare che tutti e tre i bambini hanno saputo riempire i minuti, aspettando con un sorriso.
L'autobus che ci ha riportato a casa seguiva un percorso ancor più contorto di quello dell'andata. Scendeva giù dalla collina, immergendoci nella fitta nebbia che per contratto deve proteggere il cammino che porta a un paese delle fiabe, allungandosi per i paesini della costa e spingendosi là dove l'Europa si allunga con più slancio verso l'altro continente. Qui la maledetta frotta di gitanti che già ci aveva fregato in precedenza, ha reso abbastanza invivibili gli ultimi interminabili chilometri, mentre i bambini, sempre più verdi, cadevano a turno addormentati. La situazione a un certo punto era così insostenibile che Patapà ha deciso di scendere e di fare l'ultimo tratto a piedi. Borse, bambine grandi addormentate sul passeggino, bambine piccole addormentate in braccio alla mamma, ragazzi pallidi come cenci....la carovana della speranza!
Per fortuna la sera ci aspettava una cena persiana dagli amici portoghesi per finta che era veramente troppi anni che aspettavamo. Una sera piacevolmente calda, un po' agrodolce perché l'ultima. Credo sia quella che chiamano saudade.
Il giorno dopo abbiamo fatto, che ovviamente vuol dire hanno fatto, l'ultimo bagno, e poi via per l'aereoporto, dove ci siamo stati un filino troppo, a parer mio. La vacanza si è conclusa con un ritardo di più tre ore di un volo che già doveva partire alle nove di sera. Anche qui i bambini si sono rivelati campioni di attesa, e la cosa si è risolta senza morti né feriti. Per onor di cronaca vi informo anche che è stata identificata la responsabile del ritardo. Media altezza, bionda, giovane e carina. Affiancata da un giovane alto, probabilmente molto innamorato. Anche troppo. Al punto da averle regalato un bouquet che lei ha stretto per tutta l'attesa. Dovete sapere che giorno mia nonna mi disse che i fiori in aereo portano sfortuna. Poi venne un altro giorno, che invero furono tre, in cui aspettai un aereo in un piccolissimo aeroporto per un tempo interminabile. Insieme a me una comitiva diretta a un matrimonio, un tot di persone e un enorme mazzo di fiori. Non volo tanto, lo sapete, ne ho un terrore folle, ma a questo punto mi sento di dirvi che se vedete qualcuno con un mazzo di fiori aspettare a fianco a voi, secondo me, siete autorizzati a buttarglieli nella pattumiere. E magari dargli fuoco.
Alle tre siamo finalmente atterrati e al canto del primo uccello del mattino ci siamo addormentati
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venerdì 27 giugno 2014
martedì 24 giugno 2014
PORTOGALLO: GIORNO CINQUE E SEI
Ecco, lo sapevo che non dovevo prendere impegni che non posso mantenere, soprattutto adesso che i bambini sono a casa. Questa cosa di scrivere un post al giorno, con pure le foto era fantascienza, ma che posso dire a mia discolpa? Niente, solo che ovviamente non ce l'ho fatta.
Comunque se avete voglia, la nostra vacanza portoghese, anche se ormai è storia passata, io continuerei a raccontarvela. Del resto ho delle foto per un post pronte dai primi di maggio, quindi queste possono essere considerate notizie fresche.
Eravamo rimaste al giorno quattro. Il giorno cinque ho provato a rimanere a letto come al solito, ma la sentivo Patagnoma che frignava per un nonnulla, oh se la sentivo. I miei neuroni seppur addormentati hanno fatto contatto e considerando i giorni trascorsi era possibile che Patagnoma avesse la stessa influenza che aveva Patasgnaffa, Devo dire che ci ho voluto credere, e con tutta me stessa, perché alla fine era durata un solo giorno.
E così le tapparelle sono rimaste semiabbassate, il resto della famiglia più ospite sono stati spediti in spiaggia e io e la piccola abbiamo mangiato tanta frutta e guardato tanta televisione in portoghese.
Nel pomeriggio la febbre era tenuta sotto controllo dalla Tachipirina, i fratelli e il papà sono andati a Lisbona a mangiare sardine e Patagnoma si è guadagnata un bel giro in giostra. Anzi cinque,
E così il giorno sei è arrivato lentamente ma allo stesso momento in un battito di ciglia. E io in un battito di ciglia mi sono svegliata con un anno di più. E una sardina di stoffa. E una gnoma guarita. Già un bellissimo regalo.
Poi siamo tornati in città, treno e due metropolitane e siamo andati nel quartiere che era stato costruito per l'expo. Nel 98. Sembra fatto ieri, moderno, funzionale, spiritoso e vivo. La milanese che è in me ha sofferto per un istante di ansia da prestazione. Mi è piaciuto tutto, anche il centro commerciale che sembra una nave da crociera e ha l'acqua che scorre sul tetto. E i gabbiani che si riposano sopra.
Poi siamo andati all'acquario, pardon, Oceanario.
Un regalo per i bambini ma anche per me, adoro quel blu tremolante e magico. Certo poi mi devo sforzare di non pensare a quei poveri pesci, ma il blu forse aiuta i meccanismi di rimozione.
Ho anche trovato il mio nuovo animale preferito dopo le foche. Ora voglio una Lontra marina, anzi due così si tengono compagnia.
Siamo rimasti così a lungo che poi non siamo riusciti ad andare a vedere il museo della scienza e della tecnica, peccato perché anche solo da fuori sembrava bellissimo. Che volete che vi dica, toccherà tornarci.
Dopo aver guardato a lungo i vulcani d'acqua e la vasca dello tzunami per la gioia di Patapà al posto di tornare subito a Cascais mi è stata regalata una breve serata a Lisbona, e anche se i bambini erano piuttosto stanchi, io la vista sul fiume, i tetti e la luna me la sono proprio goduta.
E così, cioè un oretta dopo è finito anche il giorno sei. Il mio.
Comunque se avete voglia, la nostra vacanza portoghese, anche se ormai è storia passata, io continuerei a raccontarvela. Del resto ho delle foto per un post pronte dai primi di maggio, quindi queste possono essere considerate notizie fresche.
Eravamo rimaste al giorno quattro. Il giorno cinque ho provato a rimanere a letto come al solito, ma la sentivo Patagnoma che frignava per un nonnulla, oh se la sentivo. I miei neuroni seppur addormentati hanno fatto contatto e considerando i giorni trascorsi era possibile che Patagnoma avesse la stessa influenza che aveva Patasgnaffa, Devo dire che ci ho voluto credere, e con tutta me stessa, perché alla fine era durata un solo giorno.
E così le tapparelle sono rimaste semiabbassate, il resto della famiglia più ospite sono stati spediti in spiaggia e io e la piccola abbiamo mangiato tanta frutta e guardato tanta televisione in portoghese.
Nel pomeriggio la febbre era tenuta sotto controllo dalla Tachipirina, i fratelli e il papà sono andati a Lisbona a mangiare sardine e Patagnoma si è guadagnata un bel giro in giostra. Anzi cinque,
E così il giorno sei è arrivato lentamente ma allo stesso momento in un battito di ciglia. E io in un battito di ciglia mi sono svegliata con un anno di più. E una sardina di stoffa. E una gnoma guarita. Già un bellissimo regalo.
Poi siamo tornati in città, treno e due metropolitane e siamo andati nel quartiere che era stato costruito per l'expo. Nel 98. Sembra fatto ieri, moderno, funzionale, spiritoso e vivo. La milanese che è in me ha sofferto per un istante di ansia da prestazione. Mi è piaciuto tutto, anche il centro commerciale che sembra una nave da crociera e ha l'acqua che scorre sul tetto. E i gabbiani che si riposano sopra.
Poi siamo andati all'acquario, pardon, Oceanario.
Un regalo per i bambini ma anche per me, adoro quel blu tremolante e magico. Certo poi mi devo sforzare di non pensare a quei poveri pesci, ma il blu forse aiuta i meccanismi di rimozione.
Ho anche trovato il mio nuovo animale preferito dopo le foche. Ora voglio una Lontra marina, anzi due così si tengono compagnia.
Siamo rimasti così a lungo che poi non siamo riusciti ad andare a vedere il museo della scienza e della tecnica, peccato perché anche solo da fuori sembrava bellissimo. Che volete che vi dica, toccherà tornarci.
E così, cioè un oretta dopo è finito anche il giorno sei. Il mio.
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mercoledì 18 giugno 2014
PORTOGALLO: GIORNO TRE
Con la nostra ormai ammessa flemma il terzo giorno abbiamo finalmente deciso di recarci là dove avevamo sempre detto saremmo andati. "Dove andate quest'estate?" " a Lisbona". Siamo gente di parola. Per andarci da Cascais basta prendere un treno. Nuovo, pulito, efficiente. Uno ogni venti minuti. E per fortuna, perché sono pure puntuali. Vorrei raccontarvi dettagliatamente lo sconcerto e l'incredulità di Patapà quando fermo sul binario alle e 45 di un' imprecisata ora intorno al mezzo del giorno, non riusciva a scorgere più il treno che doveva partire alle e 44. E che infatti era partito. Puntuale, quindi noi lo avevamo perso.
Comunque a Lisbona ci siamo arrivati, anche se venti minuti più tardi del previsto.
E subito l'aria, il fiume, le strade che si facevano sempre più strette, sempre più irte e sempre più affollate di turisti.
Su fino ad Alfama. I Portoghesi sono così ospitali che l'avevano tutta addobbata, sicuramente sapendo del mio compleanno imminente (no, sant'Antonio non c'entra niente, e poi non veniva da Padova?). E poi giù di nuovo, con scorci che si aprono all'improvviso, sul blu del fiume, l'azzurro del cielo, il luccichio verticale degli azulejos.
Ci siamo fermati, i piedi di Patasgurzo scottati dal sole del giorno precedente chiedevano una pausa.
Patagnoma decide che invece lei, che è stata scorazzata sul passeggino, vuole ballare. Pochi passi soltanto e come uscito da un' intonaco scrostato arriva lui. Completo bianco, sorriso smagliante e berretto che sapeva di giornate fresche di sorbetto. Le piccole fanciulle di casa hanno così imparato a ballare il cha cha cha.
Gli occhi di Patagnoma, nuovamente seduta, vengono ripetutamente stropicciati, è giunta l'ora di riguadagnare la stazione e tornare a casa.
La sera, fresca e luminosa, rotoliamo giù di nuovo per le strade di Cascais fino a ritrovarci a mengiare in spiaggia. Il cielo si tinge di rosa, e il giorno tre si adagia sull'orizzonte.
Comunque a Lisbona ci siamo arrivati, anche se venti minuti più tardi del previsto.
E subito l'aria, il fiume, le strade che si facevano sempre più strette, sempre più irte e sempre più affollate di turisti.
Su fino ad Alfama. I Portoghesi sono così ospitali che l'avevano tutta addobbata, sicuramente sapendo del mio compleanno imminente (no, sant'Antonio non c'entra niente, e poi non veniva da Padova?). E poi giù di nuovo, con scorci che si aprono all'improvviso, sul blu del fiume, l'azzurro del cielo, il luccichio verticale degli azulejos.
Ci siamo fermati, i piedi di Patasgurzo scottati dal sole del giorno precedente chiedevano una pausa.
Patagnoma decide che invece lei, che è stata scorazzata sul passeggino, vuole ballare. Pochi passi soltanto e come uscito da un' intonaco scrostato arriva lui. Completo bianco, sorriso smagliante e berretto che sapeva di giornate fresche di sorbetto. Le piccole fanciulle di casa hanno così imparato a ballare il cha cha cha.
Gli occhi di Patagnoma, nuovamente seduta, vengono ripetutamente stropicciati, è giunta l'ora di riguadagnare la stazione e tornare a casa.
La sera, fresca e luminosa, rotoliamo giù di nuovo per le strade di Cascais fino a ritrovarci a mengiare in spiaggia. Il cielo si tinge di rosa, e il giorno tre si adagia sull'orizzonte.
lunedì 16 giugno 2014
PORTOGALLO: GIORNO DUE
Anche il sole sorge in Portogallo, un'ora prima o un'ora dopo, adesso non riesco a fare il conto, ho appena finito una birretta fresca fresca. Comunque il giorno due il sole è sorto, ma io di certo non l'ho visto. Perché non dovete pensare che questa mia pedissiquea divisione temporale del nostro viaggio in Portogallo celi un' accurata guida che voi potrete in un futuro sfruttare proficuamente. Noi siamo andati in Portogallo, sfidando la sorte in maniera assurda salendo su un aereo, ma siamo anche andati in vacanza. E io in vacanza da sempre dormo. Da piccola perché ero piccola, da ragazza perché ero una ragazza, quando ero incinta perché ero incinta, quando i bambini erano piccolissimi, e di piccolissimi ce ne sono stati tre a rotazione, perchè di notte non dormivo una cippa, e ora perché prendo delle pilloline per l'emicrania. Domani non lo so perché dormirò, ma appena mi invento una scusa plausibile ve lo dico di sicuro.
Resta il fatto che la mattina se è vacanza, e non importa se è in Portogallo, la patafamiglia si muove con una lentezza assurda, quindi quando i nostri dieci piedi hanno calcato le bellissime strade di Cascais era ormai ora di pranzo. E definire le strade di Cascais bellissime non è licenza poetica è vera verità. Non hanno marciapiedi normali lì, né lì né a Lisbona. Le strade sono bianche e nere, con sampietrini così lucidi che sembra abbia appena piovuto, che giocano tra loro creando disegni sempre nuovi. Devo aggiungere che ho ringraziato ogni giorno che non avesse appena piovuto davvero, perché con le salite e le discese che ci sono io mi vedevo già rotolare con le gambe all'aria, un'immagine netta e ben definita.
Insomma una vera fatica perché devi continuamente camminare guardando per terra perché è bello, guardare per aria perché il cielo è di un blu assurdo, e ogni tanto guardare i bambini perché non si sa mai. Però ne vale la pena e se cammini cammini a un certo punto arrivi all'oceano. Quel mare grande grande con spiagge grandi grandi davanti. Con un vento che ti arruffa i capelli, fa volare la sabbia e volare anche via le ore, tanto che alla fine della giornata abbiamo portato a casa sorrisi smaglianti e una bella scottatura. Eh sì, da questa accurata guida sul Portogallo imparerete almeno che la protezione solare la dovete mettere anche se non sentite caldo. Un errore da veri pivellini, in cui siamo incorsi anche dopo aver visto gli amici portoghesi per finta e milanesi di fatto che eravamo andati a trovare (eh, sì questo viaggio aveva un losco doppio fine), incremarsi accuratamente nonostante siano dotati di una scorta di melanina ben più ricca della nostra.
La giornata è finita a casa loro davanti a un piatto di carbonara, perché in fondo a pranzo avevamo mangiato crêpes. Per il baccalao c'era ancora tempo, in fondo era solo il giorno due.
Resta il fatto che la mattina se è vacanza, e non importa se è in Portogallo, la patafamiglia si muove con una lentezza assurda, quindi quando i nostri dieci piedi hanno calcato le bellissime strade di Cascais era ormai ora di pranzo. E definire le strade di Cascais bellissime non è licenza poetica è vera verità. Non hanno marciapiedi normali lì, né lì né a Lisbona. Le strade sono bianche e nere, con sampietrini così lucidi che sembra abbia appena piovuto, che giocano tra loro creando disegni sempre nuovi. Devo aggiungere che ho ringraziato ogni giorno che non avesse appena piovuto davvero, perché con le salite e le discese che ci sono io mi vedevo già rotolare con le gambe all'aria, un'immagine netta e ben definita.
Insomma una vera fatica perché devi continuamente camminare guardando per terra perché è bello, guardare per aria perché il cielo è di un blu assurdo, e ogni tanto guardare i bambini perché non si sa mai. Però ne vale la pena e se cammini cammini a un certo punto arrivi all'oceano. Quel mare grande grande con spiagge grandi grandi davanti. Con un vento che ti arruffa i capelli, fa volare la sabbia e volare anche via le ore, tanto che alla fine della giornata abbiamo portato a casa sorrisi smaglianti e una bella scottatura. Eh sì, da questa accurata guida sul Portogallo imparerete almeno che la protezione solare la dovete mettere anche se non sentite caldo. Un errore da veri pivellini, in cui siamo incorsi anche dopo aver visto gli amici portoghesi per finta e milanesi di fatto che eravamo andati a trovare (eh, sì questo viaggio aveva un losco doppio fine), incremarsi accuratamente nonostante siano dotati di una scorta di melanina ben più ricca della nostra.
La giornata è finita a casa loro davanti a un piatto di carbonara, perché in fondo a pranzo avevamo mangiato crêpes. Per il baccalao c'era ancora tempo, in fondo era solo il giorno due.
sabato 5 ottobre 2013
MA I LAMA MANGIANO LE MELE?
In una domenica piovosa potresti sprofondare in un morbido divano a mangiare patatine, oppure lasciarti convincere da due strani individui franco-italiani, colorati, succosi e simpatici, a passare una giornata in fattoria per scoprire che:
Le mele crescono sugli alberi, fatti da corteccia, rami, foglie e gemme. Per guardarli si possono usare gli occhi, ma con la lente di ingrandimento è molto più divertente. E se si è molto bravi si vince un ferro di cavallo, che bisogna lasciare sporco, sì anche se c'è della cacca, ed appendere a testa in su. Però si può dipingere. La mamma commossa ringrazia.
Le mele sono rosse, verdi e gialle. Sembrano delle belle palle ma non lo sono, quindi non tirarle che si ammaccano subito. Le mele ammaccate però fanno una bella fine. Vengono messe in un grande catino, lavate per benino, poi frullate e centrifugate. Quel che ne uscirà sarà un succo così magico che se per caso hai il mal di gola di sicuro ti passerà nel giro di tre sorsi.
I lama si portano al guinzaglio, come dei cani. Ti sputano addosso, è vero, ma solo se sei un lama, quindi, in linea di massima non c'è problema.
Anche se il cielo è grigio, stare fuori è sempre bello, anche se le patatine sono buone non scordiamoci che in fondo sono patate. Si trovano nell'orto, scavando appena la terra, e sono buonissime anche bollite con un filo d'olio. L'olio è fatto con le olive. Crescono sugli alberi, si raccolgono in autunno, e vengono spremute per ottenere l'olio. Tutto quello che mangiamo, anche il più raffinato, tiene in memoria le sue origini naturali, ricordiamocelo, e cerchiamo di fare un passo indietro. E' buonissimo.
Le mele crescono sugli alberi, fatti da corteccia, rami, foglie e gemme. Per guardarli si possono usare gli occhi, ma con la lente di ingrandimento è molto più divertente. E se si è molto bravi si vince un ferro di cavallo, che bisogna lasciare sporco, sì anche se c'è della cacca, ed appendere a testa in su. Però si può dipingere. La mamma commossa ringrazia.
Le mele sono rosse, verdi e gialle. Sembrano delle belle palle ma non lo sono, quindi non tirarle che si ammaccano subito. Le mele ammaccate però fanno una bella fine. Vengono messe in un grande catino, lavate per benino, poi frullate e centrifugate. Quel che ne uscirà sarà un succo così magico che se per caso hai il mal di gola di sicuro ti passerà nel giro di tre sorsi.
I lama si portano al guinzaglio, come dei cani. Ti sputano addosso, è vero, ma solo se sei un lama, quindi, in linea di massima non c'è problema.
Anche se il cielo è grigio, stare fuori è sempre bello, anche se le patatine sono buone non scordiamoci che in fondo sono patate. Si trovano nell'orto, scavando appena la terra, e sono buonissime anche bollite con un filo d'olio. L'olio è fatto con le olive. Crescono sugli alberi, si raccolgono in autunno, e vengono spremute per ottenere l'olio. Tutto quello che mangiamo, anche il più raffinato, tiene in memoria le sue origini naturali, ricordiamocelo, e cerchiamo di fare un passo indietro. E' buonissimo.
Anche la compagnia, non solo le mele, era ottima eh!
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sabato 6 luglio 2013
#PATALIDO
All'inizio ci andavo sopra un passeggino bianco e blu a righe. La mattina era sempre presto, e vedevamo la bandiera salire silenziosa su San Marco.
Il passeggino lo spingeva la nonna, i ricci capelli neri raccolti in una crocchia alta e morbida, la pelle scura e il rossetto rosso. Piccola e perfetta, in un abitino in viscosa colorato, sulle immancabili zeppe di sughero.
A casa lasciavamo il nonno. O forse anche lui era già uscito. Alto, magro biondo e pallido. La maglietta marrone stretta, i pantaloni cachi e le scarpe di tela.
Partiva da casa con il suo cavalletto, i suoi fogli e gli acquarelli, e si perdeva tra le calli. Il professore.
Il passeggino veniva caricato sulla motonave e poi spinto fino alla spiaggia. Capanne a righe bianche e verdi e chilometri di sabbia..
Anche il cielo era affollato, aquiloni, aereoplanini, elicotteri e ogni tanto qualche paracadutista. O è uno scherzo della memoria?
Le ore in acqua, da giugno fino a settembre, quando in spiaggia c'eravamo solo noi e i tedeschi.
Poi l'accappatoio rosso e un bicchiere di latte caldo. Sempre, immancabilmente.
E poi indietro verso Venezia, il passeggino messo via, le gambe allungate e il prendisole blu a piccoli fiori bianchi.
Così avanti e in dietro, casa spiaggia, spiaggia casa. Su per le scale sempre fresche, con l'odore dei canali.
Nel salotto con il pavimento in pendenza da farci scivolar le biglie, lo studio del nonno e i suoi colori ad olio, la camera della nonna con le violette sull'armadio.
Così per otto anni, non molto, ma allora quasi una vita.
E così i patasgnaffi li ho voluto portare al Lido e nonostante io non stessi per niente bene è stato proprio bello.
lunedì 1 aprile 2013
PASQUA BASSA
Abbiamo preso, e sotto un cielo plumbeo siamo scivolati verso Firenze.
Le previsioni erano pessime, ma noi tanto andavamo a trovare amici. Quegli amici che non vedi mai, ma con cui ti ritrovi subito, anche perchè ti riempiono di buon cibo e non puoi non amarli.
Poi sicuramente la genetica c'entra molto con le relazioni interpersonali, infatti i nostri figli vanno sempre meravigliosamente d'accordo con i figli dei nostri amici....potrei provarlo scientificamente. A modo mio ovvio.
Abbiamo fatto un tentativo di visita turistica, ma c'era troppa gente, troppe messe, troppe code, quindi ci siamo accontentati di una lenta passeggiata tra le vie del centro. E siamo stati anche baciati da un fugace raggio di sole.
Abbiamo visto altri amici che costudiscono un piccolo segreto, e Patasgnaffa se ne è uscita una sera. Per andare a ballare. In discoteca. Ommioddio.
La mattina del sabato ci ha accolti ancora più carica d'acqua, più una promessa non mantenuta che una realtà. Abbiamo fatto un giro per le colline, abbiamo incontrato altri amici, siam gente socievole, e abbiamo pranzato su un galeone misteriosamente arenato tra gli ulivi.
E sotto un cielo che finalmente liberava tutta l'acqua del mondo siamo andati dal Nonnoro in campagna.
Qui ho dismesso le vesti di mamma per indossare la pelliccia di coniglio. Le orecchie questa volta però le ho fatte indossare ai bambini, che drogati di cioccolato non se ne sono neanche accorti.
La sveglia all'alba è stata scioccante anche perchè ci si era messo in mezzo il cambio dell'ora e non capivo più nulla. Il prato era zuppo, le foglie gelate e c'era pochissimo verde in cui nascondere le uova, maledetta Pasqua bassa.
Ma anche quest'anno i bambini si sono divertiti un sacco e il sole ci è venuto a salutare. tanto che ho deciso di rivalutare il miracolo della Pasqua perchè quest'anno l'ho visto con i miei occhi, era giallo e caldo....lo scrivo così noi tutti, da sotto i nostri ombrelli, possiamo farne memoria.
Siamo riusciti a stare fuori tutto il giorno. e la sera le mani erano luride, le gote rosse e i corpi sfatti.
Una meraviglia
Il lunedì ha ricominciato a piovere e ci siamo rimessi in cammino, verso casa, con tappa dalla NonnaFi.
Io sono riuscita ad andare al cinema con i due grandi, a riempirmi gli occhi di colore e magia, stretta avvinghiata a Patasgurzo che non so fino a quando mi permetterà di farlo.
Sorrido ancora adesso.
E voi, avete passato una buona Pasqua?
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