Nel gruppo degli amici siamo stati i primi ad aver avuto bambini. Cioè non è vero, i secondi. Ma i primi ci hanno preceduto di una settimana scarsa, quindi non è che abbia avuto il tempo di imparare molto sulla maternità. Le cose fondamentali sì però, la mia amica infatti trovò la forza di trascinare il suo puerperio fuori casa per portarmi una scorta di cibo e bevande. Mi ha salvato la vita, tutt'ora consiglio alle future neo mamme di riempire la valigia dell'ospedale non di mutande di carta (bleah) ma di leccornie e bibite.
Di bambini avevo l'esperienza che ti dà una cuginetta piccola e anni di babysitteraggio. Sapevo che i bambini potevano essere faticosi, ma di solito dopo tre ore al massimo, io me ne andavo.
Ero ormai al sesto mese e iniziavo a chiedermi vagamente inquieta come sarebbe stato davvero. Non mi interrogavo troppo sul parto, perché convincersi che il proprio sarà perfetto è comunque fondamentale.
La primavera stava sbocciando con la sua aria tiepida e la mia pancia. C'erano giorni in cui iniziavo a desiderare di poterla appoggiare da qualche parte, anche solo per un po', e di strada ne avevo ancora un da fare. E poi c'era Mary che portava in giro per il quartiere il suo pancione di nove mesi come se fosse stato pieno di piume e aveva un sorriso che vedevi ancor prima di lei.
Arrivò il giorno in cui nacque Margherita. Una domenica, la strada vuota e le prime gemme sugli alberi andammo a trovarla.
La casa era grande e silenziosa. Entravi e non so come ti sentivi improvvisamente calma. La culla era in una cucina inondata di sole e la piccola dormiva come se ci fossero le stelle a farle compagnia.
Mary e Francesca erano raggianti e tranquille, tra le altre cose mi fecero vedere i vestitini di Margherita, alcuni erano stati di Mary, glieli invidio ancora adesso.
La camera era perfetta.
La loro è stata la prima famiglia che ho visitato, prima che la mia cominciasse a prendere forma. In quel pomeriggio di sole, stando con loro, per la prima volta mi sono davvero resa conto a cosa stavo andando incontro, e conservo ancora il ricordo di un'emozione fortissima.
Certo, non mi aveva preparato alle notti insonni, alla frustrazione e alla stanchezza infinita, ma è rimasta una stanza mentale in cui rifugiarmi in momenti difficili per ritrovare la tranquillità.
La nostra famiglia e la loro è cresciuta con ritmi quasi uguali, la loro è più numerosa perché Mary ci ha infilato una doppietta.
Sicuramente anche loro hanno i momenti di delirio che caratterizzano la vita di ogni famiglia, più o meno numerosa che sia, ma per me resteranno sempre "la famiglia cuore". Con due Barbie come mamme, ma in fondo non ho mai avuto un Ken (forse un BigJim, ma parliamone, era veramente troppo cubico).
La loro storia la potete trovare raccontata qui, mentre qui trovate quella di due papà. Quest'ultimo è un libro di cui vado molto fiera, perché attraverso un progetto di crowdfunding ho contribuito a farlo nascere. Son soddisfazioni.
mercoledì 12 marzo 2014
lunedì 10 marzo 2014
CARNEVALE 2014
Ancora sta cosa del carnevale ambrosiano non l'ho ben chiara. I coriandoli li ho tirati fuori dal garage giovedì, un pacco già iniziato di una scorta che giace lì da almeno tre anni. Ogni volta me ne dimentico per ritrovarmeli fra le mani tipo a ferragosto.
Ho preso quello già iniziato per tenere quello grande per la sfilata di sabato, e così armati, di soli pezzi di carta e spogli di ogni travestimento siamo andati al parco. Che era pieno perché c'è una fame di sole e aria aperta che chissà quando si placherà.
Venerdì la scuola era chiusa ma Patasgnaffa se ne è andata al nido con Patagnoma. Due piccole squaw, perché l'asilo non c'era più, c'era però un accampamento con indiani e cowboy che al posto del calumet della pace si scambiavano polpette e trombette.
Sabato c'era un bel sole e già al mattino c'era qualcuno che si dava da fare per preparare la sfilata, tema scelto, le Olimpiadi.
A quanto pare tutti gli amici dei bambini andavano in un altro paese perché il nostro l'anno scorso non aveva organizzato niente. E anche se l'anno prima aveva portato in scena addirittura il carnevale di Rio, è bastato un anno per giocarsi la partecipazione non dico dei turisti, ma anche degli abitanti stessi.
Alla fine son stata più campanilista io, la straniera, perché mi spiaceva vedere qualcuno che lavorava per niente.
E comunque mi è andata decisamente bene perchè Patagnoma ha tirato subito fuori l' animo pavido e isterico che riserva alle situazioni fuori dal comune. Pensavo fosse cresciuta, ma probabilmente non abbastanza.
E così mi si è avvinghiata addosso e ha sussurrato come un mantra "casa" "casa". Visto che non c'era Patapà mi sembrava ingiusto portar via anche i grandi e così ci siamo defilate un po' e lei, pur rimanendo imbronciata, si è calmata un pochino. E io ho potuto anche fotografare il cigno in riva al lago, perché da madre degenere ma blogger, un pensiero al post mi è anche scappato pur nella situazione difficile.
Per mia fortuna però i ragazzi che avevano organizzato il carnevale avevano fatto un bel lavoro, quindi, grazie anche alla scarsa affluenza di gente, son riuscita a riportare Patagnoma sul pratone dov' erano stati organizzati dei giochi pseudo olimpici, del tipo: sollevamento pesci, tiro del gianduiotto, salto con il martello, sci da fondo...schiena...
Patasgnaffa si è subito iscritta e io l'ho subito persa di vista, Patasgurzo nel giro di tre secondi aveva già un pallone in mano e giocava a calcio, che d'altronde si sa, era anche lo sport praticato da Sandokan.
Patagnoma ha trovato di estremo gradimento l'area dedicata ai più piccoli, dove finalmente si è sciolta e ha cominciato a sorridere, per spingersi poi anche a gironzolare qua e là, anche per tifare la sorella.
Quindi alla fine l'abbiamo sfangata egregiamente, e abbiamo passato tutto il pomeriggio all'aria aperta.
Io la sera ero stravolta...di quella stanchezza che solo le prime giornate di sole dopo l'inverno ti danno.
Una stanchezza che è anche un sospiro di sollievo perchè per un altro anno i mesi più freddi e bui sono passati.
Sta volta però mi ha colto il sottile e amaro pensiero che un inverno in meno è anche un anno in meno, della mia vita e di loro bambini. Non ce n'è, sto decisamente invecchiando.
Lo dimostra anche il fatto che i coriandoli sono rimasti in garage, ancora!
Ho preso quello già iniziato per tenere quello grande per la sfilata di sabato, e così armati, di soli pezzi di carta e spogli di ogni travestimento siamo andati al parco. Che era pieno perché c'è una fame di sole e aria aperta che chissà quando si placherà.
Venerdì la scuola era chiusa ma Patasgnaffa se ne è andata al nido con Patagnoma. Due piccole squaw, perché l'asilo non c'era più, c'era però un accampamento con indiani e cowboy che al posto del calumet della pace si scambiavano polpette e trombette.
Sabato c'era un bel sole e già al mattino c'era qualcuno che si dava da fare per preparare la sfilata, tema scelto, le Olimpiadi.
A quanto pare tutti gli amici dei bambini andavano in un altro paese perché il nostro l'anno scorso non aveva organizzato niente. E anche se l'anno prima aveva portato in scena addirittura il carnevale di Rio, è bastato un anno per giocarsi la partecipazione non dico dei turisti, ma anche degli abitanti stessi.
Alla fine son stata più campanilista io, la straniera, perché mi spiaceva vedere qualcuno che lavorava per niente.
E comunque mi è andata decisamente bene perchè Patagnoma ha tirato subito fuori l' animo pavido e isterico che riserva alle situazioni fuori dal comune. Pensavo fosse cresciuta, ma probabilmente non abbastanza.
E così mi si è avvinghiata addosso e ha sussurrato come un mantra "casa" "casa". Visto che non c'era Patapà mi sembrava ingiusto portar via anche i grandi e così ci siamo defilate un po' e lei, pur rimanendo imbronciata, si è calmata un pochino. E io ho potuto anche fotografare il cigno in riva al lago, perché da madre degenere ma blogger, un pensiero al post mi è anche scappato pur nella situazione difficile.
Per mia fortuna però i ragazzi che avevano organizzato il carnevale avevano fatto un bel lavoro, quindi, grazie anche alla scarsa affluenza di gente, son riuscita a riportare Patagnoma sul pratone dov' erano stati organizzati dei giochi pseudo olimpici, del tipo: sollevamento pesci, tiro del gianduiotto, salto con il martello, sci da fondo...schiena...
Patasgnaffa si è subito iscritta e io l'ho subito persa di vista, Patasgurzo nel giro di tre secondi aveva già un pallone in mano e giocava a calcio, che d'altronde si sa, era anche lo sport praticato da Sandokan.
Patagnoma ha trovato di estremo gradimento l'area dedicata ai più piccoli, dove finalmente si è sciolta e ha cominciato a sorridere, per spingersi poi anche a gironzolare qua e là, anche per tifare la sorella.
Quindi alla fine l'abbiamo sfangata egregiamente, e abbiamo passato tutto il pomeriggio all'aria aperta.
Io la sera ero stravolta...di quella stanchezza che solo le prime giornate di sole dopo l'inverno ti danno.
Una stanchezza che è anche un sospiro di sollievo perchè per un altro anno i mesi più freddi e bui sono passati.
Sta volta però mi ha colto il sottile e amaro pensiero che un inverno in meno è anche un anno in meno, della mia vita e di loro bambini. Non ce n'è, sto decisamente invecchiando.
Lo dimostra anche il fatto che i coriandoli sono rimasti in garage, ancora!
Etichette:
carnevale,
diy,
lago,
travestimenti
mercoledì 5 marzo 2014
PATABRÅKIG
Quando siamo entrati nella Patacasa, quattro anni fa che sembrano almeno dieci, la parete in quello che è la cosa più simile a un corridoio che abbiamo (io adoro i corridoi) era decorata con foto inserite in cornici stikers. Bellissimo, peccato poco duraturo. Ben presto infatti le cornici hanno iniziato a staccarsi qua e là, complice sicuramente un muro irregolare e colpevoli pure le mani strisciolose dei bambini
Ho provato a tamponare la cosa in più modi, vinavil, patafix, bioadesivo, bioadesivo per tappezzerie, bava di lumaca...no, quella forse no.
Alla fine le cornici mezze sbrindellate erano tenute su da metri di washi tape, che però a un certo punto ha iniziato a dar segni di cedimento. Quella che definirei una congiura.
E poi non c'erano foto di Patagnoma, la qual cosa, dopo tre anni pareva un tantino offensiva.
La soluzione più semplice era togliere ogni cosa, peccato che con tutto l'adesivo che ci avevo messo, togliendo la cornice ormai veniva via anche l'intonaco.
Ho provato a stuccare, levigare, stuccare e levigare un'altra volta, ma come forse avrete ormai capito, non sono esattamente portata per i lavori lunghi e meticolosi.
A questo punto l'originale idea di avere un bel muro liscio da trasformare in un' enorme lavagna è stata ben presto accantonata.
A salvarmi è stata la mia totale permeabilità alle operazioni di marketing, quindi quando quei geni dell'Ikea hanno lanciato una collezione in edizione limitata, mi ci sono buttata a pesce, come già sapete. La mia consolazione è stata uno, quella di essere perfettamente concia del fatto che mi stavano biecamente manipolando, due, quella che i prodotti Bråkig sono decisamente belli.
Quindi insieme a ciotole, tazzine, vassoietti e tavolini, mi sono comprata anche la carta da parati. Grigia. La prima ad esserne stupita sono stata io.
Venuto il momento di metterla su però sono stata colta dal panico. Il muro faceva schifo e lei era decisamente sottile. Io che avevo lavorato solo con le meravigliose carte Pip Studio, sono stata presa dallo sconforto e ho assillato la chiunque sui tutti i social che mi capitavano a tiro. Poco male, mi ero già mostrata molesta per avere informazioni sulla distribuzione della collezione. Probabilmente se googolate Gaia Bråkig esco io.
Alla fine, mettendo insieme tutti i consigli raccolti e tutta l'ostinazione di cui potevo disporre, quella benedetta carta in qualche modo l'ho messa su. Imprecando in svedese (sono una personcina coerente) e giurando a me stessa che non avrei mai più usato una carta con un disegno geometrico.
Il risultato non è certo perfetto, e soprattutto era molto grigio.
E così ci ho messo mano a modo mio, rovinando perfettamente quell'effetto "eleganzaesemplicitàtipicamentenordiche" che probabilmente aveva in mente il povero designer che l'ha ideata.
Chiedo pubblicamente venia. (Anche in svedese qualora fosse necessario).
domenica 2 marzo 2014
LAGO DEI CIGNI
E' un po' di anni che scrivo sul blog, dovrei aver capito l'importanza della pianificazione, ma come sempre mi trovo sempre fuori tempo.
Quindi eccomi qui, con il mio post sul carnevale, con un tutorial per trasformare le vostre giovani fanciulle in piccoli cigni, o in buffi anatroccoli.
Un tutorial a carnevale praticamente finito e senza foto del processo creativo perché non ce l'ho fatta a farle per via del tempo. Del tempo che non avevo e di quello che c'era fuori, che ha avuto l'ardire di ritornare piovoso.
Un post perfetto, ci manca solo una ricetta fallimentare delle chiacchiere (crostoli o bugie o come altro volete chiamarle) e siamo a post(o).
Comunque eccoli qui i miei due piccoli cigni, non truccati, scalzi e non in riva al lago come avevo immaginato. Cioè io avevo la scenografia perfetta e non l'ho usata. Snifferò piume per punizione, anzi no quello l'ho già fatto confezionando i vestiti.
Per fare quello di Patasgnaffa ho cucito uno scamiciato bianco, di vellutino, ma potete prendere anche una canottiera di qualche taglia più grande in modo che sembri un vestitino. A quel punto procuratevi dei boa di piume, le trovate facilmente nei negozi cinesi, ma si trovano anche nelle mercerie ben fornite. Ovviamente sono assolutamente la stessa cosa. Armatevi di pazienza, una mascherina e anche un grembiule, è un consiglio d'amica, e cucite le piume sullo scollo, sulle maniche e sull'orlo inferiore del vestitino.
Il costume di Patagnoma è invece un semplice body bianco, a cui ho cucito due giri di piume intorno alla vita e due piccole applicazioni ai lati dello scollo. Avevo paura che troppe piume la infastidissero troppo, e avevo ragione!
Per il collo dei cigni ho usato un tubo di cartone di quelli che si trovano all'interno delle carte da regalo.
Gli ho infilato sopra una gamba tagliata da un paio di vecchi collant di Patasgnaffa imbottendo la parte del piede per farla diventare la testa del cigno, fermando l'estremità con un nodo e facendolo rientrare nella cavità del tubo. Sulla testa ho disegnato un paio di occhi, ho cucito un becco di feltro giallo e nero e una coroncina d'oro, perché trattasi di cigni regali, non le prime ochette che passano!
Alla base del collo ho messo un collarino di pizzo per evitare che l'imbottitura se ne andasse qua le là. All'inizio avevo messo un collarino di piume, ma più che un cigno sembrava un avvoltoio, e capirete bene non fosse il caso! Quello stesso collarino però l'ho fatto scivolare alla fine del tubo, dando l'illusione di una coda.
Comunque sia alla festa del nido, a cui parteciperà anche Patasgnaffa, si vestiranno da cowboy o indiani...quindi domani si ricomincia a cucire!
Quindi eccomi qui, con il mio post sul carnevale, con un tutorial per trasformare le vostre giovani fanciulle in piccoli cigni, o in buffi anatroccoli.
Un tutorial a carnevale praticamente finito e senza foto del processo creativo perché non ce l'ho fatta a farle per via del tempo. Del tempo che non avevo e di quello che c'era fuori, che ha avuto l'ardire di ritornare piovoso.
Un post perfetto, ci manca solo una ricetta fallimentare delle chiacchiere (crostoli o bugie o come altro volete chiamarle) e siamo a post(o).
Comunque eccoli qui i miei due piccoli cigni, non truccati, scalzi e non in riva al lago come avevo immaginato. Cioè io avevo la scenografia perfetta e non l'ho usata. Snifferò piume per punizione, anzi no quello l'ho già fatto confezionando i vestiti.
Per fare quello di Patasgnaffa ho cucito uno scamiciato bianco, di vellutino, ma potete prendere anche una canottiera di qualche taglia più grande in modo che sembri un vestitino. A quel punto procuratevi dei boa di piume, le trovate facilmente nei negozi cinesi, ma si trovano anche nelle mercerie ben fornite. Ovviamente sono assolutamente la stessa cosa. Armatevi di pazienza, una mascherina e anche un grembiule, è un consiglio d'amica, e cucite le piume sullo scollo, sulle maniche e sull'orlo inferiore del vestitino.
Il costume di Patagnoma è invece un semplice body bianco, a cui ho cucito due giri di piume intorno alla vita e due piccole applicazioni ai lati dello scollo. Avevo paura che troppe piume la infastidissero troppo, e avevo ragione!
Per il collo dei cigni ho usato un tubo di cartone di quelli che si trovano all'interno delle carte da regalo.
Gli ho infilato sopra una gamba tagliata da un paio di vecchi collant di Patasgnaffa imbottendo la parte del piede per farla diventare la testa del cigno, fermando l'estremità con un nodo e facendolo rientrare nella cavità del tubo. Sulla testa ho disegnato un paio di occhi, ho cucito un becco di feltro giallo e nero e una coroncina d'oro, perché trattasi di cigni regali, non le prime ochette che passano!
Alla base del collo ho messo un collarino di pizzo per evitare che l'imbottitura se ne andasse qua le là. All'inizio avevo messo un collarino di piume, ma più che un cigno sembrava un avvoltoio, e capirete bene non fosse il caso! Quello stesso collarino però l'ho fatto scivolare alla fine del tubo, dando l'illusione di una coda.
Comunque sia alla festa del nido, a cui parteciperà anche Patasgnaffa, si vestiranno da cowboy o indiani...quindi domani si ricomincia a cucire!
Etichette:
carnevale,
diy,
travestimenti
venerdì 28 febbraio 2014
IL TEMPO, LA SCUOLA E LE PALLINE DI COCCO
Una volta ero capace di scrivere post al volo. Ritornando indietro nel tempo, e ormai ne è passato parecchio, le parole aumentano e le immagini spariscono.
Mi bastava quel poco tempo rubato qua e là per scrivere di qualche scemenza fatta dal Patasgnaffo di turno, allora tra l'altro eran solo due. Niente di che, piccole facezie che era divertente romanzare un po'. Perché la vita bisogna saperla vivere, ma i ricordi è bello indorarli sempre un pochino, poiché anche il tempo passato fa di noi ciò che siamo, e se sembra più bello diventiamo più belli anche noi.
Poi però ho iniziato a vedere il mondo anche in tre terzi, vedendo foto dove ancora non c'erano. Di chi sia stata la colpa non so, forse delle digitali, facili ed immediate, per un'incompetente, pigra e impaziente quale io sono, una manna dal cielo. E' stata colpa di Casa Facile, che mi ha spinto a fotografare non solo i piedini dei bambini, quelli belli e cicciottosi da mordere, ma anche quelli dei divani....e vi assicuro anche lì ce ne sono alcuni così belli che mi verrebbe voglia di morderli. La mazzata finale è stata poi Instagram; c'è chi parla ormai di patologia, ma se io son malata, son contenta così, mi godo gli istanti anche se li fotografo.
Fatto sta che scrivere un post è diventato più laborioso, perché le immagini, più delle parole, necessitano di cure, che ancorché minime portano via tempo. Tempo, quella cose che mi sfugge come sabbia tra le dita, che come vento impetuoso fa scorrer via i miei pensieri, come nuvole in un cielo mutevole, belle da guardare ma talvolta inafferrabili.
E allora finisce che scrivo meno, ma oggi mi viene così, di fare una ratatouille di post non scritti, per sentirmi meno in affanno, per chiaccherare un po'. Certo avrei da finire i vestiti di carnevale, ma magari ci pensano i topolini, non si sa mai (posto che non se li siano mangiati tutti i patagatti).
Dopo un lungo inverno di pioggia, con gli occhi alzati per cercare un'arcobaleno, che in assenza di sole nicchiava ad uscire, son riuscita finalmente a trovare una parrucchiera che mi facesse i capelli multicolore. Io avrei osato anche di più, ma per ora mi accontento e cerco di non pensare che sia solo una crisi di mezza età.
Ovviamente anche le bambine hanno voluto un po' di colore, e anche se ci abbiamo messo due settimane, driblando tra impegni e malattie sparse qua e là, finalmente Patagnoma ha avuto la sua ciocca viola e Patasgnaffa anche una "fussia". Patasgurzo povero non solo è ancora biondo ma vorrebbe anche sfrondar la chioma, non si sa mai che domani ci riusciamo.
Ecco, parlando di lui, è finalmente senza gesso. Padroneggia il suo nuovo cellulare, forse anche troppo, ma è riuscito ad organizzare un torneo di subuteo, che vuol dire tre giornate con cinque bambini diversi (sì, son pronta per la beatificazione), tutto da solo, senza che io dovessi fare una telefonata. E questo mi ha reso molto felice. Un po' meno felice è stato sentirmi rimproverare di vestirlo troppo colorato, ma in fondo sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere.
Adesso che son partita non mi fermerei più, avrei da raccontarvi che i due grandi hanno trovato almeno un gioco da fare insieme e che le due piccole hanno iniziato a litigare un po'. Potrei parlarvi di merende, pomeriggi pigri e finalmente giornate di sole. Vorrei raccontarvi dei miei zoccoli nuovi, ma su quello vorrei addirittura fare un post.
Magari rallento e comincio a scrivere quello per cui mi sono messa al computer, con le mani lisce e profumate di biscotto.
La storia potrebbe essere lunghina, perché inizia almeno sette anni fa con la cara Gelmini che ha iniziato a smembrare la nostra povera scuola. E così le maestre si sono trovate sempre più in affanno, con nuvole da rincorrere più nere e veloci delle mie.
Allora ha cominciato Nonnami, a regalare parte del suo tempo e insegnare un po' d'arte. E' andato Patapà a parlar di terremoti. E poi sono arrivata io, quella che fa tutto, ma non è specialista in nulla.
Sono stati laboratori con lana, feltro, carta, pasta di pane, ricicli vari. Piccole meraviglie nella loro sbalorditiva imperfezione.
Oggi ho letto un libro, stando dietro la cattedra, la qual cosa, devo essere sincera, mi ha emozionata un po'.
E poi sono stata in cucina a fare palline di cocco, ecco perché le mie mani sono lisce e profumate di biscotti (il vero motivo è che il sapone della scuola è talmente diluito che non lava via nulla, ma sta volta va bene così).
In cucina ci tornerò ancora, abbiamo grandi progetti, e la mia intenzione è riportarvi poi la ricetta eseguita, così, anche giusto per ottimizzare e conciliare un po' tutti gli aspetti di questa giroscopica vita.
Dedico volentieri il mio tempo alla scuola perché trovo che sia importante imparare a far le cose con le mani, soprattutto in un mondo che tende sempre più al virtuale. Perché i bambini per imparare hanno bisogno anche di divertirsi e di staccare un po'. Perché a una richiesta di aiuto, ancorché implicita, non so di di no. E soprattutto per guadagnarmi l'incredibile privilegio di vedere i miei figli a scuola. Di conoscere ognuno di loro compagni. E se questo vi sembra poco...
PALLINE DI COCCO
Prendete 100 gr di biscotti, magari anche qualcosina in più perchè durante la lotta qualcosa potrebbe andar perso. Rompeteli a pezzetti e adagiateli su uno strofinaccio. Richiudetelo, serrate i pugni e sfogate la vostra rabbia (da qualche parte c'è, anche se piccola, trovatela e fatela sparire). Probabilmente dovrete finire con il mattarello. Sicuramente avreste fatto prima con un robot da cucina, ma così è più divertente e poi non è che la cucina della scuola sia attrezzata come quella di Masterchef.
Ai biscotti sbriciolati aggiungere due cucchiai di zucchero, un cucchiaio e mezzo di cacao e 50 grammi di farina di cocco. Mescolate bene e poi aggiungete 50 grammi di burro fuso e un uovo. Se siete maggiorenni anche un cucchiaio di rhum.
Prendete ora il composto e strizzolandolo bene, senza scoraggiarvi per lo sbriciolamento iniziale, formate delle piccole palline. Ne vengono 33, ne sono scura, perchè lavorando con tre gruppi diversi è sempre venuto lo stesso numero di palline. Questa è scienza signori miei.
Passate le palline nella farina di cocco e mettetele nel frigo. Non so per quanto perchè io poi me ne sono andata da scuola!
Mi bastava quel poco tempo rubato qua e là per scrivere di qualche scemenza fatta dal Patasgnaffo di turno, allora tra l'altro eran solo due. Niente di che, piccole facezie che era divertente romanzare un po'. Perché la vita bisogna saperla vivere, ma i ricordi è bello indorarli sempre un pochino, poiché anche il tempo passato fa di noi ciò che siamo, e se sembra più bello diventiamo più belli anche noi.
Poi però ho iniziato a vedere il mondo anche in tre terzi, vedendo foto dove ancora non c'erano. Di chi sia stata la colpa non so, forse delle digitali, facili ed immediate, per un'incompetente, pigra e impaziente quale io sono, una manna dal cielo. E' stata colpa di Casa Facile, che mi ha spinto a fotografare non solo i piedini dei bambini, quelli belli e cicciottosi da mordere, ma anche quelli dei divani....e vi assicuro anche lì ce ne sono alcuni così belli che mi verrebbe voglia di morderli. La mazzata finale è stata poi Instagram; c'è chi parla ormai di patologia, ma se io son malata, son contenta così, mi godo gli istanti anche se li fotografo.
Fatto sta che scrivere un post è diventato più laborioso, perché le immagini, più delle parole, necessitano di cure, che ancorché minime portano via tempo. Tempo, quella cose che mi sfugge come sabbia tra le dita, che come vento impetuoso fa scorrer via i miei pensieri, come nuvole in un cielo mutevole, belle da guardare ma talvolta inafferrabili.
E allora finisce che scrivo meno, ma oggi mi viene così, di fare una ratatouille di post non scritti, per sentirmi meno in affanno, per chiaccherare un po'. Certo avrei da finire i vestiti di carnevale, ma magari ci pensano i topolini, non si sa mai (posto che non se li siano mangiati tutti i patagatti).
Dopo un lungo inverno di pioggia, con gli occhi alzati per cercare un'arcobaleno, che in assenza di sole nicchiava ad uscire, son riuscita finalmente a trovare una parrucchiera che mi facesse i capelli multicolore. Io avrei osato anche di più, ma per ora mi accontento e cerco di non pensare che sia solo una crisi di mezza età.
Ovviamente anche le bambine hanno voluto un po' di colore, e anche se ci abbiamo messo due settimane, driblando tra impegni e malattie sparse qua e là, finalmente Patagnoma ha avuto la sua ciocca viola e Patasgnaffa anche una "fussia". Patasgurzo povero non solo è ancora biondo ma vorrebbe anche sfrondar la chioma, non si sa mai che domani ci riusciamo.
Ecco, parlando di lui, è finalmente senza gesso. Padroneggia il suo nuovo cellulare, forse anche troppo, ma è riuscito ad organizzare un torneo di subuteo, che vuol dire tre giornate con cinque bambini diversi (sì, son pronta per la beatificazione), tutto da solo, senza che io dovessi fare una telefonata. E questo mi ha reso molto felice. Un po' meno felice è stato sentirmi rimproverare di vestirlo troppo colorato, ma in fondo sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere.
Adesso che son partita non mi fermerei più, avrei da raccontarvi che i due grandi hanno trovato almeno un gioco da fare insieme e che le due piccole hanno iniziato a litigare un po'. Potrei parlarvi di merende, pomeriggi pigri e finalmente giornate di sole. Vorrei raccontarvi dei miei zoccoli nuovi, ma su quello vorrei addirittura fare un post.
Magari rallento e comincio a scrivere quello per cui mi sono messa al computer, con le mani lisce e profumate di biscotto.
La storia potrebbe essere lunghina, perché inizia almeno sette anni fa con la cara Gelmini che ha iniziato a smembrare la nostra povera scuola. E così le maestre si sono trovate sempre più in affanno, con nuvole da rincorrere più nere e veloci delle mie.
Allora ha cominciato Nonnami, a regalare parte del suo tempo e insegnare un po' d'arte. E' andato Patapà a parlar di terremoti. E poi sono arrivata io, quella che fa tutto, ma non è specialista in nulla.
Sono stati laboratori con lana, feltro, carta, pasta di pane, ricicli vari. Piccole meraviglie nella loro sbalorditiva imperfezione.
Oggi ho letto un libro, stando dietro la cattedra, la qual cosa, devo essere sincera, mi ha emozionata un po'.
E poi sono stata in cucina a fare palline di cocco, ecco perché le mie mani sono lisce e profumate di biscotti (il vero motivo è che il sapone della scuola è talmente diluito che non lava via nulla, ma sta volta va bene così).
In cucina ci tornerò ancora, abbiamo grandi progetti, e la mia intenzione è riportarvi poi la ricetta eseguita, così, anche giusto per ottimizzare e conciliare un po' tutti gli aspetti di questa giroscopica vita.
Dedico volentieri il mio tempo alla scuola perché trovo che sia importante imparare a far le cose con le mani, soprattutto in un mondo che tende sempre più al virtuale. Perché i bambini per imparare hanno bisogno anche di divertirsi e di staccare un po'. Perché a una richiesta di aiuto, ancorché implicita, non so di di no. E soprattutto per guadagnarmi l'incredibile privilegio di vedere i miei figli a scuola. Di conoscere ognuno di loro compagni. E se questo vi sembra poco...
PALLINE DI COCCO
Prendete 100 gr di biscotti, magari anche qualcosina in più perchè durante la lotta qualcosa potrebbe andar perso. Rompeteli a pezzetti e adagiateli su uno strofinaccio. Richiudetelo, serrate i pugni e sfogate la vostra rabbia (da qualche parte c'è, anche se piccola, trovatela e fatela sparire). Probabilmente dovrete finire con il mattarello. Sicuramente avreste fatto prima con un robot da cucina, ma così è più divertente e poi non è che la cucina della scuola sia attrezzata come quella di Masterchef.
Ai biscotti sbriciolati aggiungere due cucchiai di zucchero, un cucchiaio e mezzo di cacao e 50 grammi di farina di cocco. Mescolate bene e poi aggiungete 50 grammi di burro fuso e un uovo. Se siete maggiorenni anche un cucchiaio di rhum.
Prendete ora il composto e strizzolandolo bene, senza scoraggiarvi per lo sbriciolamento iniziale, formate delle piccole palline. Ne vengono 33, ne sono scura, perchè lavorando con tre gruppi diversi è sempre venuto lo stesso numero di palline. Questa è scienza signori miei.
Passate le palline nella farina di cocco e mettetele nel frigo. Non so per quanto perchè io poi me ne sono andata da scuola!
Etichette:
maledettagelmini,
ricette,
scuola
domenica 16 febbraio 2014
UNA FAMIGLIA A PEZZI
Gli ultimi week-end la nostra famiglia è andata letteralmente a pezzi.
La prima ad andarsene è stata Patasgnaffa, salita sulla macchina di Nonnafi e sparita dal radar per più di ventiquattro ore.
La seconda è stata Patagnoma, salita sulla macchina gialla di nonnaMi.
Quella sera la ormai snella famiglia si è recata fuori a cena da amici. Nessun bambino sotto i nove anni, sei adulti seduti a tavola, aperitivo in salotto, chiacchiere con per sottofondo il silenzio.
Il giorno seguente la Patagnoma è stata liberata, ma in cambio è stato preso Patasgurzo.
La famiglia, più snella per peso ma non per chiasso si è recata a mediare il rilascio di Patasgnaffa. Scenario opposto alla sera precedente, nessun bambino sopra i sette e la maggior parte sotto i tre.
Tentativi di aperitivo, in salotto a raccogliere giochi, una cena con chiacchiere urlate per sovrastare il caos circostante. Detta così non sembra un granché, ma fidatevi, è stato divertente. Perché se nella confusione ci sono persone speciali va bene lo stesso.
La domenica dovevamo rientrare in possesso di Patasgurzo, che però ha scelto l'esilio volontario da Nonnami. Chissà perché!
Il fine settimana successivo ad essere abbandonate per prime sono state le due giovani fanciulle. Il biondo giovane è stato portato fino a Milano, ma poi è stato lasciato a tradimento (non è vero) mentre i due genitori si abbandonavano a vicenda per farsi ognuno gli affari suoi.
Una famiglia snellissima, ma ogni tanto ci vuole. La sera poi i due patagenitori l'hanno passata insieme però, non preoccupatevi.
La domenica a pranzo con altri amici, nessun bambino sotto i dieci anni, credo, perché praticamente io non ho visto nessuno. Poi io me ne sono andata per i fatti miei e i signori uomini alla partita di Basket.
La famiglia si è riunita solo a sera inoltrata.
Questo fine settimana è iniziato con l'abbandono delle bambine per andare a cena da amici. Nessuno sotto gli undici anni, di meglio non possiamo sperare per ora, aperitivo in salotto e chiacchiere con per sottofondo lontane risate.
Poi però siamo stati tutti insieme, con piccole brevi defezioni, ed è stato ancora più bello.
Tutto questo lunghissimo post per dirvi che nel mio tempo libero di domenica scorsa sono andata all'Ikea, dando prova di ormai conclamato squilibrio mentale, per accaparrarmi qualche pezzo della collezione Bråkig. Temevo di restare l'unica blogger al mondo ad esserne sprovvista e stavo iniziando a preoccuparmi.
Ora sappiate che sono più tranquilla.
La prima ad andarsene è stata Patasgnaffa, salita sulla macchina di Nonnafi e sparita dal radar per più di ventiquattro ore.
La seconda è stata Patagnoma, salita sulla macchina gialla di nonnaMi.
Quella sera la ormai snella famiglia si è recata fuori a cena da amici. Nessun bambino sotto i nove anni, sei adulti seduti a tavola, aperitivo in salotto, chiacchiere con per sottofondo il silenzio.
Il giorno seguente la Patagnoma è stata liberata, ma in cambio è stato preso Patasgurzo.
La famiglia, più snella per peso ma non per chiasso si è recata a mediare il rilascio di Patasgnaffa. Scenario opposto alla sera precedente, nessun bambino sopra i sette e la maggior parte sotto i tre.
Tentativi di aperitivo, in salotto a raccogliere giochi, una cena con chiacchiere urlate per sovrastare il caos circostante. Detta così non sembra un granché, ma fidatevi, è stato divertente. Perché se nella confusione ci sono persone speciali va bene lo stesso.
La domenica dovevamo rientrare in possesso di Patasgurzo, che però ha scelto l'esilio volontario da Nonnami. Chissà perché!
Il fine settimana successivo ad essere abbandonate per prime sono state le due giovani fanciulle. Il biondo giovane è stato portato fino a Milano, ma poi è stato lasciato a tradimento (non è vero) mentre i due genitori si abbandonavano a vicenda per farsi ognuno gli affari suoi.
Una famiglia snellissima, ma ogni tanto ci vuole. La sera poi i due patagenitori l'hanno passata insieme però, non preoccupatevi.
La domenica a pranzo con altri amici, nessun bambino sotto i dieci anni, credo, perché praticamente io non ho visto nessuno. Poi io me ne sono andata per i fatti miei e i signori uomini alla partita di Basket.
La famiglia si è riunita solo a sera inoltrata.
Questo fine settimana è iniziato con l'abbandono delle bambine per andare a cena da amici. Nessuno sotto gli undici anni, di meglio non possiamo sperare per ora, aperitivo in salotto e chiacchiere con per sottofondo lontane risate.
Poi però siamo stati tutti insieme, con piccole brevi defezioni, ed è stato ancora più bello.
Tutto questo lunghissimo post per dirvi che nel mio tempo libero di domenica scorsa sono andata all'Ikea, dando prova di ormai conclamato squilibrio mentale, per accaparrarmi qualche pezzo della collezione Bråkig. Temevo di restare l'unica blogger al mondo ad esserne sprovvista e stavo iniziando a preoccuparmi.
Ora sappiate che sono più tranquilla.
mercoledì 5 febbraio 2014
LA FATA SMEMORINA
La fata del dentino che bazzica da queste parti deve essere strettamente imparentata con la fata Smemorina. O con me d'altronde.
La maggior parte delle volte si dimentica di passare, la salva in corner spesso Patapà, ma ancor più spesso viene narrato di come sia impegnatissima, di come il topo che le fa da cavallo si sia rotto una zampa, di come ci fosse stato un ballo proprio in quella sera. Credo che Patasgurzo si sia rassegnato ad avere una madre, hem una fata, decisamente stordita, già dal terzo dente.
Patasgnaffa è ancora piena di fiducia anche se l'obolo è stato versato solo per il suo primo dente, da Patapà.
Il suo secondo dente è stato per sei mesi in cucina, in una scatolina, che se non viene messa vicino al letto non vale, si sa.
Ogni tanto lei se ne è ricordata, ma non l'ha mai messa dove avrebbe dovuto. Io tantomeno.
Per fortuna perché questa sera tutta questa sbadataggine mi ha salvato la vita (si fa per dire ovviamente).
Erano giorni che il terzo dente di Patasgnaffa (li perde con una lentezza esasperante, temo che al suo diciottesimo sfoggerà ancora una finestra da qualche parte) dondolava pericolosamente, facendola sembrare una piccola befana. Ma non cadeva e io non ho certo il coraggio di intervenire in certi casi.
Questa sera ero sola con i bambini, un via vai al tavolo, prima le mani di uno poi quelle dell'altra, poi il ciuccio che non si trovava. Tra una assenza e l'altra, davanti a un piatto di spaghetti con le polpette (ero sola, piatto unico ovvio) il grido di Patasgnaffa e il suo sorriso sdentato grondante di sangue.
Ogni volta mi viene un colpo, non ci posso fare niente. Subito cerca il suo dente. Non si trova. Distrattamente le dico che potrebbe averlo ingoiato. L'avessi mai fatto, Patasgurzo grida allo schifo lei scoppia a piangere, la bocca ancora insanguinata.
Cerco di calmarla e capisco che non le fa impressione averlo mangiato, ma che teme che la fata del dentino non verrà. Le dico che è una sciocchezza che la fata non ha bisogno di prove, che magari ha già nascosto i soldi da qualche parte.
Creando un diversivo sono corsa al portafogli, ma c'erano solo 20 euro, un po' troppi per un dente, anche per due.
Ho ricominciato a cercare in quel marasma che è la mia cucina, ho trovato un seme di limone e per un attimo ho pensato di spacciarglielo per il dente. Poi ho avuto una folgorazione, ho preso la scatolina con il dente numero due e l'ho buttato sul tavolo.Ho urlato di averlo trovato e lei ha gridato di gioia, anche se quando l'ha preso subito ha chiesto perché fosse così pulito...neanche fosse cresciuta a pane e C.S.I.
Ovviamente riesco a trovare solo pezzi da venti....mi sa che la fatina rimarrà bloccata dalla pioggia!
La maggior parte delle volte si dimentica di passare, la salva in corner spesso Patapà, ma ancor più spesso viene narrato di come sia impegnatissima, di come il topo che le fa da cavallo si sia rotto una zampa, di come ci fosse stato un ballo proprio in quella sera. Credo che Patasgurzo si sia rassegnato ad avere una madre, hem una fata, decisamente stordita, già dal terzo dente.
Patasgnaffa è ancora piena di fiducia anche se l'obolo è stato versato solo per il suo primo dente, da Patapà.
Il suo secondo dente è stato per sei mesi in cucina, in una scatolina, che se non viene messa vicino al letto non vale, si sa.
Ogni tanto lei se ne è ricordata, ma non l'ha mai messa dove avrebbe dovuto. Io tantomeno.
Per fortuna perché questa sera tutta questa sbadataggine mi ha salvato la vita (si fa per dire ovviamente).
Erano giorni che il terzo dente di Patasgnaffa (li perde con una lentezza esasperante, temo che al suo diciottesimo sfoggerà ancora una finestra da qualche parte) dondolava pericolosamente, facendola sembrare una piccola befana. Ma non cadeva e io non ho certo il coraggio di intervenire in certi casi.
Questa sera ero sola con i bambini, un via vai al tavolo, prima le mani di uno poi quelle dell'altra, poi il ciuccio che non si trovava. Tra una assenza e l'altra, davanti a un piatto di spaghetti con le polpette (ero sola, piatto unico ovvio) il grido di Patasgnaffa e il suo sorriso sdentato grondante di sangue.
Ogni volta mi viene un colpo, non ci posso fare niente. Subito cerca il suo dente. Non si trova. Distrattamente le dico che potrebbe averlo ingoiato. L'avessi mai fatto, Patasgurzo grida allo schifo lei scoppia a piangere, la bocca ancora insanguinata.
Cerco di calmarla e capisco che non le fa impressione averlo mangiato, ma che teme che la fata del dentino non verrà. Le dico che è una sciocchezza che la fata non ha bisogno di prove, che magari ha già nascosto i soldi da qualche parte.
Creando un diversivo sono corsa al portafogli, ma c'erano solo 20 euro, un po' troppi per un dente, anche per due.
Ho ricominciato a cercare in quel marasma che è la mia cucina, ho trovato un seme di limone e per un attimo ho pensato di spacciarglielo per il dente. Poi ho avuto una folgorazione, ho preso la scatolina con il dente numero due e l'ho buttato sul tavolo.Ho urlato di averlo trovato e lei ha gridato di gioia, anche se quando l'ha preso subito ha chiesto perché fosse così pulito...neanche fosse cresciuta a pane e C.S.I.
Ovviamente riesco a trovare solo pezzi da venti....mi sa che la fatina rimarrà bloccata dalla pioggia!
Etichette:
Patasgnaffa
Iscriviti a:
Post (Atom)






























