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giovedì 2 ottobre 2014

PATARIVOLUZIONE. INTRO

Settembre è passato senza lasciare traccia alcuna, quanto meno sul blog.
Le vacanze si sono allungate fino a metà mese, la piccola di casa ha finalmente cominciato l' asilo dei "gvandi". Un inserimento come sempre tranquillo, come sempre troppo lungo. Giorni in cui lei andava per poco all'asilo, mentre i suoi fratelli ciondolavano negli ultimi loro giorni di vacanza, consunti e sdruciti come una coperta ormai troppo vecchia.
Io intanto faticavo come sempre ad uscire dalla bolla in cui fluttuo il mese di agosto, a riprendere ritmi non ancora ben scanditi, a ricalarmi nella mia divisa d'autista.
E mentre le giornate passavano tra lente scivolate nel nulla e brusche impennate in cui tutto andava fatto per prima, i miei occhi frugavano irrequieti la casa, immaginando nuove disposizioni in cui una stanza si sostituiva a un'altra per adattarsi ai bambini, che cambiano e crescono continuamente, creando geometrie di vita e abitative sempre nuove.
E la cosa che amo di più della Patacasa è proprio la sua attitudine al mutamento, il suo riuscire a seguire i nostri cambiamenti e le nostre evoluzioni.
E' una casa complicata, difficile e faticosa, su due piani più uno parallelo, con due, dico due scale a chiocciola, ma che proprio nella sua stranezza racchiude il segreto della sua malleabilità.
E così, appena cominciata la scuola mi sono messa a cambiare la disposizione delle stanze, per la terza volta in cinque anni.
Che poi ogni volta è come un piccolo trasloco, una fatica immane, una rivoluzione ( potete curiosare l'hastag #patarivoluzione su Instagram). Ogni volta me ne stupisco, mi maledico, e poi dimentico, pronta per la volta successiva.



Quest'anno non si è salvato un solo armadio, nulla è rimasto più dov'era e adesso ovviamente non trovo quasi più nulla. Ma tutta la fatica è servita non solo per ricavare nuovi spazi, ma anche per alleggerire un po' il carico. Se non mi trovate a casa probabilmente sono in discarica.
Lavorare con noi tutti e cinque in casa è stato complicato anche dal punto logistico, ma mi ha spronato ad andare ancora più veloce, se c'è una cosa che non riesco a fare è vivere nel transitorio, sono il tipo che la sera del trasloco appende i quadri se no non dorme.


E così abbiamo cambiato così tanto in così poco che, alla fine delle lunghe vacanze, è stato un po' come ripartire per trovarsi in una casa nuova, devo dire alla fine, una cosa parecchio divertente.

mercoledì 3 settembre 2014

10 ANNI (E SON SOLO LA META')

Anche se quest'anno pare esser stata latitante e ballerina, l'estate, almeno da calendario scolastico, volge quasi al termine. Che poi non me ne vogliate quest'estate piovosa e singhiozzante a me non è neanche spiaciuta. Ho avuto meno mal di testa e non facendo troppo caldo, per la prima volta in undici anni mi sono anche un pochino abbronzata!
Così ho sfoggiato una faccia un po' meno sbattuta del solito alla nostra tradizionale festa di fine estate.
Il tema di quest'anno ha biecamente tagliato fuori i bambini e per una volta tanto ci siamo festeggiati noi genitori. In una giornata splendente e non afosa abbiamo festeggiato infatti i nostri dieci anni di matrimonio. Anche quel giorno il cielo era di un azzurro profondo e i piedi affondavano nel verde del prato.



E così abbiamo riunito amici vecchi e amici nuovi, abbiamo abbracciato da lontano gli amici assenti, ci siamo infilati veli e papillon e insieme al volgere dell'estate abbiamo sorriso a un pezzo del nostro cammino, che invero è iniziato ben prima di dieci anni fa.


Abbiamo mangiato, bevuto, mangiato. Qualcuno si è abbioccato e i papà hanno anche fatto una partita di basket che forse è durata tre minuti pieni.

cheesecacke alla mortadella



Patasgurzo ancora una volta si è occupato dei giochi e anche se come tema della festa avrebbe preferito matrimoni misti tra divinità e comuni mortali, si è rassegnato a trascinare i suoi amici in giochi più tradizionali.







Il sole ha tinto di rosa il cielo salutando ancora una volta una bellissima giornata.
Grazie a chi è stato con noi, in presenza e in spirito, per questa giornata, per questi dieci anni, per i nove precedenti e tutti quelli che ancora verranno.





CHEESECACKE ALLA MORTADELLA

Se un po' mi conoscete sapete che la metà delle mie ricette in realtà sono fallimenti, questa volta volevo stupirvi con una ricetta in verità buona. Sono stata anche attenta e ho scritto bene le quantità che avevo utilizzato, su un foglietto che ho diligentemente perso!
Sappiate però che si può fare un ceesecake salato alla mortadella piuttosto buono.
Per la base ho frullato taralli pistacchi e burro. Per la parte cremosa ho frullato formaggio spalmabile, altrimenti detto Philadelphia, con la mortadella e ho aggiunto della gelatina in fogli (ammollata strizzata sciolta). Ho mollato il tutto in frigo fino al momento in cui non mi sono decisa di decorare con mortadella e pistacchi.
Se azzeccate le dosi, bon appetit!

martedì 13 maggio 2014

FIORI VINTAGE

Ormai è una tradizione. Almeno per festeggiare il quarantesimo compleanno, prendiamo e ce ne andiamo. Lasciando i nostri undici figli ai cinque rispettivi padri.
Siamo state ad Amsterdam in giornata, in Piemonte per un weekend e questa volta per il compleanno di Jill ci siamo spinte addirittura fino a...Milano!
Eh sì perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ma pare anche il varesotto, e tutte e cinque insieme non c'eravamo mai state. Fermandosi a dormire poi si ha tempo per fare le cose con la calma che un rientro in serata, sporche di marciapiedi e treni, ma pronte a baciare, nutrire, addormentare i bambini, non ti concede mai.



E così ci siamo perse per un giorno intero tra i colori e i profumi di Orticola. Eh sì perché quando vengo in città chissà perché finisco spesso in cascina o in un parco. Ci siamo mescolate alle sciure Milanesi che per concentrazione superavano quelle di rose e ninfee, pur condividendone lo splendore, il profumo e quell'aria di un tempo che fu (le ho descritte aulicamente, in realtà ho riso dall'inizio alla fine, sia messo agli atti).


Ci siamo concesse un aperitivo, in un parco ovviamente. Abbiamo mangiato vietnamita e giapponese, ma anche gallina lessa e salsa verde. Abbiamo girato per negozietti vintage perché un weekend cominciato con il profumo delle rose non può continuare altrove.
Io mi sono comprata un vestito giallo che sembra una nuvola e chissà mai se oserò metterlo, ma devo ammetterlo, abbiamo soprattutto mangiato!


Nel pomeriggio del sabato ho lasciato le mie amiche e mi sono infilata in un treno che viaggiava a sud, mentre loro salivano su uno che andava a nord; ciao ciao amiche mie, e chissà se davvero, come ci siamo promesse, lo faremo più spesso. Quello di lasciarci alle spalle i quaranta o più anni con quello che portano con sé, che sono qualche ruga in più, ma sopratutto case da curare e coperte da rimboccare, per far finta, anche se per un piccolo attimo, di essere ragazze con una città tutta nelle loro mani.
Scesa dal treno ho trovato una fatina addormentata al sapore di lollipop e nulla poteva essere più bello.
Ma i fili della sorte ti portano ad intrecciare tessuti che non saresti riuscita a creare neanche volendo, e così se il venerdì e il sabato avevano profumato di fiori e naftalina, la domenica sono finita in una villa vicino a casa dove vedeva la luce una nuova manifestazione dal nome Art...è.



Nel parco dolcemente struggente di una villa invecchiata quanto basta, tra intonaci affaticati e muretti di pietra si erano dati appuntamento abili artigiani che lavorano il ferro, il legno e la terracotta.


Ho rincontrato gli stessi fiori che avevo salutato a Orticola, e mi sono arenata sotto un albero. Qui le ragazze de La Barbiera di Piacenza, pazientemente acconciavano capelli, intrecciando fiori


infilando diademi


e addirittura tagliando frangette.


Più avanti ancora borse e cappellini, abiti e stoffe del tempo che fu. Inutile dire che la mia nuova acconciatura reclamava a gran voce l'adatto copricapo.


I bambini si sono mossi in libertà tra gli allestimenti ma soprattutto si sono fermati all'ingresso dove da un magico Ludobus erano stati scaricati giochi di un tempo che fu, così divertenti che mi ci sono persa anche io, fino a che il sole ha vinto su capricciose nuvole, regalando a tutto una luce davvero magica.


L'ora perfetta, peccato fosse anche quella di tornare a casa, avvolti in un incessante nevicata di pollini, leggeri come il tempo che lieve era volato.


venerdì 11 aprile 2014

NON TI SCORDAR DI ME

L'altro giorno un' amica mi ha chiesto se pensassi mai a te.
E' stata la prima in nove anni. La prima che mi abbia chiesto come sono stati i giorni successivi, se me li ricordassi.
Certo che me li ricordo, certo che penso a te, non tutti i giorni, ma spesso. E da un po' riesco a farlo anche con un sorriso.
Di quei giorni ricordo il grigio, il grigio dentro, il grigio del cielo e il grigio dei marciapiedi.
Gli sguardi sfuggenti e preoccupati di chi sapeva, che via via si sono persi e non sono mai più tornati a chiedermi di te.
Te che dovevi essere Patapulce a questo punto, che il suffisso pata allora ancora aveva graziato la nostra famiglia. Il fratello di Patasgurzo, quello con cui avrebbe giocato a pallone e che non gli avrebbe riempito la casa di rosa e glitter. Quello lo avrei fatto comunque io, che Patasgurzo e Patapà si rassegnino. Te che hai deciso che in questo mondo non volevi venire, sicuramente perché avevi opzioni migliori. Non sei stato l'unico, ma l'unico che ci abbia illuso così tanto, l'unico che mi abbia costretta non solo a perderti, ma anche a partorirti.
Quindi a te penso di più, non me ne vogliano gli altri. Perdere un figlio è un'esperienza sempre devastante, ovvio che se il figlio è venuto al mondo lo è di più. Nessuno potrebbe mai negarlo.
A queste madri viene concesso il lutto e donata una dannazione eterna che non oso neanche immaginare. Alle madri che perdono un figlio, prima della sua nascita, questo non viene concesso. Si dimentica presto chi non si è mai visto. Ma una mamma che perde un figlio, anche se custodito intimamente per poco non può dimenticare. Perché non solo ha perso un figlio, perché lei così lo sente da subito, ma ha perso un figlio perfetto. Un figlio ideale, che non ti fa passare neanche una notte in bianco, che non fa capricci, che è sicuramente bellissimo, di una simpatia esplosiva e di un' intelligenza che tu proprio te la sogni. Sogni. Ecco cosa predi, il figlio dei tuoi sogni, a un pezzo di strada della sua alba. Tu lo perdi e il mondo se lo dimentica.
E forse va bene così, forse è anche quello che ti fa andare avanti, che ti aiuta a far tornare normale la tua vita, a regolare il tuo respiro e ritmare nuovamente a sincrono i battiti del tuo cuore.
Poi ci sono gli altri tuoi figli, perché sei stata dannatamente fortunata ad averne di così simili a quello dei tuoi sogni, ma quello non ve lo sto neanche a dire.
Però è stato bello che qualcuno si ricordasse di te, e proprio in questi giorni, in cui, nove anni fa avresti dovuto infrangere allegramente l'immagine del bimbo ideale, per diventare un normalissimo, bellissimo, rompiscatolissimo Patasgnaffo. Perché, che ti piaccia o no, questo sei, della nostra famiglia farai comunque parte.
In qualche modo sei venuto al mondo in un freddo Aprile, ti porto sempre qui, all'interno del mio polso. Un nontiscordardime, scelto per il suo colore, che sarebbe stato quello di tuoi occhi, scelto per il suo nome. Solo l'anno successivo avrei realizzato che è proprio in Aprile che questi piccoli fiori invadono pervicacemente il mondo, colorando prati, ma spuntando anche dove non ti aspetteresti. E così tutti gli anni tu vieni al mondo. E non mi sembra decisamente poco.
Grazie Jill.



mercoledì 12 marzo 2014

LA FAMIGLIA CUORE

Nel gruppo degli amici siamo stati i primi ad aver avuto bambini. Cioè non è vero, i secondi. Ma i primi ci hanno preceduto di una settimana scarsa, quindi non è che abbia avuto il tempo di imparare molto sulla maternità. Le cose fondamentali sì però, la mia amica infatti trovò la forza di trascinare il suo puerperio fuori casa per portarmi una scorta di cibo e bevande. Mi ha salvato la vita, tutt'ora consiglio alle future neo mamme di riempire la valigia dell'ospedale non di mutande di carta (bleah) ma di leccornie e bibite.
Di bambini avevo l'esperienza che ti dà una cuginetta piccola e anni di babysitteraggio. Sapevo che i bambini potevano essere faticosi, ma di solito dopo tre ore al massimo, io me ne andavo.
Ero ormai al sesto mese e iniziavo a chiedermi vagamente inquieta come sarebbe stato davvero. Non mi interrogavo troppo sul parto, perché convincersi che il proprio sarà perfetto è comunque fondamentale.
La primavera stava sbocciando con la sua aria tiepida e la mia pancia. C'erano giorni in cui iniziavo a desiderare di poterla appoggiare da qualche parte, anche solo per un po', e di strada ne avevo ancora un da fare. E poi c'era Mary che portava in giro per il quartiere il suo pancione di nove mesi come se fosse stato pieno di piume e aveva un sorriso che vedevi ancor prima di lei.
Arrivò il giorno in cui nacque Margherita. Una domenica, la strada vuota e le prime gemme sugli alberi andammo a trovarla.
La casa era grande e silenziosa. Entravi e non so come ti sentivi improvvisamente calma. La culla era in una cucina inondata di sole e la piccola dormiva come se ci fossero le stelle a farle compagnia.
Mary e Francesca erano raggianti e tranquille, tra le altre cose mi fecero vedere i vestitini di Margherita, alcuni erano stati di Mary, glieli invidio ancora adesso.
La camera era perfetta.
La loro è stata la prima famiglia che ho visitato, prima che la mia cominciasse a prendere forma.  In quel pomeriggio di sole, stando con loro, per la prima volta mi sono davvero resa conto a cosa stavo andando incontro, e conservo ancora il ricordo di un'emozione fortissima.
Certo, non mi aveva preparato alle notti insonni, alla frustrazione e alla stanchezza infinita, ma è rimasta una stanza mentale in cui rifugiarmi in momenti difficili per ritrovare la tranquillità.
La nostra famiglia e la loro è cresciuta con ritmi quasi uguali,  la loro è più numerosa perché Mary ci ha infilato una doppietta.
Sicuramente anche loro hanno i momenti di delirio che caratterizzano la vita di ogni famiglia, più o meno numerosa che sia, ma per me resteranno sempre "la famiglia cuore". Con due Barbie come mamme, ma in fondo non ho mai avuto un Ken (forse un BigJim, ma parliamone, era veramente troppo cubico).



La loro storia la potete trovare raccontata qui, mentre qui trovate quella di due papà. Quest'ultimo è un libro di cui vado molto fiera, perché attraverso un progetto di crowdfunding ho contribuito a farlo nascere. Son soddisfazioni.

domenica 16 febbraio 2014

UNA FAMIGLIA A PEZZI

Gli ultimi week-end la nostra famiglia è andata letteralmente a pezzi.
La prima ad andarsene è stata Patasgnaffa, salita sulla macchina di Nonnafi e sparita dal radar per più di ventiquattro ore.
La seconda è stata Patagnoma, salita sulla macchina gialla di nonnaMi.
Quella sera la ormai snella famiglia si è recata fuori a cena da amici. Nessun bambino sotto i nove anni, sei adulti seduti a tavola, aperitivo in salotto, chiacchiere con per sottofondo il silenzio.
Il giorno seguente la Patagnoma è stata liberata, ma in cambio è stato preso Patasgurzo.
La famiglia, più snella per peso ma non per chiasso si è recata a mediare il rilascio di Patasgnaffa. Scenario opposto alla sera precedente, nessun bambino sopra i sette e la maggior parte sotto i tre.
Tentativi di aperitivo, in salotto a raccogliere giochi, una cena con chiacchiere urlate per sovrastare il caos circostante. Detta così non sembra un granché, ma fidatevi, è stato divertente. Perché se nella confusione ci sono persone speciali va bene lo stesso.
La domenica dovevamo rientrare in possesso di Patasgurzo, che però ha scelto l'esilio volontario da Nonnami. Chissà perché!
Il fine settimana successivo ad essere abbandonate per prime sono state le due giovani fanciulle. Il biondo giovane è stato portato fino a Milano, ma poi è stato lasciato a tradimento (non è vero) mentre i due genitori si abbandonavano a vicenda per farsi ognuno gli affari suoi.
Una famiglia snellissima, ma ogni tanto ci vuole. La sera poi i due patagenitori l'hanno passata insieme però, non preoccupatevi.
La domenica a pranzo con altri amici, nessun bambino sotto i dieci anni, credo, perché praticamente io non ho visto nessuno. Poi io me ne sono andata per i fatti miei e i signori uomini alla partita di Basket.
La famiglia si è riunita solo a sera inoltrata.
Questo fine settimana è iniziato con l'abbandono delle bambine per andare a cena da amici. Nessuno sotto gli undici anni, di meglio non possiamo sperare per ora, aperitivo in salotto e chiacchiere con per sottofondo lontane risate.
Poi però siamo stati tutti insieme, con piccole brevi defezioni, ed è stato ancora più bello.
Tutto questo lunghissimo post per dirvi che nel mio tempo libero di domenica scorsa sono andata all'Ikea, dando prova di ormai conclamato squilibrio mentale, per accaparrarmi qualche pezzo della collezione Bråkig. Temevo di restare l'unica blogger al mondo ad esserne sprovvista e stavo iniziando a preoccuparmi.


Ora sappiate che sono più tranquilla.


venerdì 25 ottobre 2013

LO ZIO ANDREA

Lo Zioandrea è un collega di patapà. Come molti altri un anno fa era dovuto andare via, ma prima di quest'estate è tornato. E visto che lui e Patapà sono pappa e ciccia, gli abbiamo offerto la possibilità di vivere in una casetta che abbiamo in fondo al giardino.
Un colpo basso per la verità, perché la casetta era piena di cianfrusaglie, ma lui meticolosamente l' ha svuotata. Ora abbiamo il garage che scoppia, ma prima che venga una di quelle trasmissioni sull'accumulo compulsivo a filmarmi, giuro di sistemarlo.
Un colpo basso perché la casetta era molto carina, con il sofitto, ma senza cucina. Tu ci potevi dormire dentro, ma sistemando il pavimento. Tu ci potevi fare pipì, ma di certo la doccia non lì.
Ma lo Zioandrea, pezzo dopo pezzo la sta sistemando.
Ora c'è uno sgargiante pavimento blu, che sta benissimo con la cartadaparati. La cartadaparati l'avevo messa io quando la casetta era ancora una specie di sgabuzzino, perché è assodato che soffro di qualche strana malattia che mi spinge a decorare qualsiasi cosa. Ho anche appeso dei quadri in garage, per dire.


Il bagnetto è sempre un po' sgarruppato, ma ora ti ci puoi fare la doccia.
Tra poco ci sarà una cucina, mancano solo i fornelli, e soprattutto ci sono i caloriferi, perché, anche se lo Zioandrea fa il duro, qui d'inverno fa piuttosto freschino.
E quindi la patafamiglia, da qualche mese si è allargata, e ora seduti a tavola quasi sempre siamo in sei.


Quando lo Zioandrea non c'è i bambini si preoccupano. Ogni tanto si accorgono anche se mancano il papà o la mamma.

la foto è di repertorio, non ho ristretto Patagnoma con un lavaggio a 90° e non ho ancora fatto le decorazioni di Natale.
Non sono così matta.

Lo Zioandrea è molto carino, gli vogliamo bene per tante ragioni, ma soprattutto colma un sacco di lacune che ho nei confronti di Patapà.
Innanzitutto come il capofamiglia (siamo sicuri?) ama il vino. Insieme sono diventati sommelier e le bottiglie a tavola vengono stappate con più entusiasmo. A me non è che il vino non piaccia, ma un po' mi fa venire mal di testa (e ci mancano gli aiuti in quel senso), e un po' mi piace bere ignorante.
Poi ama il cibo e cucinare, tanto quanto Patapà. Passano le ore a pianificare menù, sfogliando libri di ricette, anche senza foto. Io sfoglio solo quelli assolutamente glamour e cucino solo se costretta.


Accompagna Patapà in sauna che a me scompare la pressione solo a nominarla. E prima lo porta a correre. Io non corro neanche se sto perdendo il treno. Sì anche adesso che corrono tutti.
Domani lo Zioandrea ha deciso di inaugurare la casa, cosa che io non avrei mai fatto, perché non è ancora finita, ma si sa che gli uomini sono gente strana.
Era giunto quindi il momento di presentarvelo. Lo Zioandrea.




lunedì 23 settembre 2013

PATAPINUP


Chicchirichì il gallo canta, la mamma si alza.




Raddrizza i bigodini, infila vestaglia e le pantofoline, quelle azzurre con il morbido pompon che tanto piacciono alla piccola di casa.
In cucina carica la macchina del caffè e scalda la pentola per i pancake. La radio canta e il sole sbircia dalle tendine.




Scende anche papà, raccoglie il giornale sullo zerbino e sprofonda in poltrona.
Vola giù dalle scale la bambina grande, la camicia da notte con i volant giallo canarino, e le trecce scarmigliate.


La segue il giovanotto di casa con il ciuffo schiacciato, ed ecco che la piccola di casa, chiama dal lettino, l'orsetto nella mano e il pigiamino di spugna rosa.




Ora il sole è alto nel cielo, e la famiglia al completo ha finito la colazione, e corre a vestirsi.
Le code di cavallo vengono tirate in alto, le sottogonne stringono un po', ma ancora si allacciano.
I pantaloni vengono risvoltati sulla caviglia e la brillantina lascia un buon odore sulle mani. 
Una passata di rossetto, una spruzzata di profumo e tutti stipati nella fiammante 500 azzurra ecco che si va.



Musica, moto, palloncini, hamburger, hot dog, patatine e amici.
Un sole nuovamente caldo.
Una bella giornata 


venerdì 26 aprile 2013

LE FOTO CHE NON HO FATTO


E così giovedì mi sono ritrovata senza l'iPhone. E contro ogni aspettativa ho respirato lo stesso. Mi sono connessa un poco tramite l'iPad, ma è un oggetto conteso da troppi in questa casa affollata.
Quindi mi sono lasciata andare con il mio piccolo termoforo vivente, ho galleggiato sul divano, con la mente libera e le mani che dovevano solo accarezzare.
Ho guardato gli altri due passare dal salotto, presi dalle loro vite. Da partite a pallone, abiti da principessa, partite di basket e giri in bicicletta.
Ho provato giusto un po' di sofferenza nel non aver potuto fotografare le nuove piante messe a dimora, con i fiori più tristi del giorno prima
e la terra scura smossa intorno a loro. Ho mancato la foto, presa dall'alto di una bambina in calzamaglie viola, canottiera bianca e corona fucsia che rincorreva un ombrello arancione a pois bianchi giù per il cortile.
Non ho immortalato una patata in pigiama a passeggio in un sentiero dietro casa, le ombre degli alberi, la strada grigia leggermente in curva e i fiori gialli ondeggianti sul ciglio.
Posso solo raccontarvi di quel bruco verde, sullo stelo verde di un fiore giallo. Dovete fidarvi delle mie parole per sapere che lo si notava solo perché i raggi del sole illuminavano in trasparenza il suo corpo cicciotto mente mettevano in luce la bianca peluria dello stelo.
Una foto però non potevo non farla, perché quando sono così teneri non si può proprio resistere.




venerdì 15 marzo 2013

LETTERE E PROFEZIE


Io non amo stare con le mani in mano. In questi giorni bloccata dal torcicollo, con la luce e il cielo blu che si burlano di me, sono parecchio nervosa.
Ma in fondo non è colpa mia, è colpa di NonnaMi, è sempre colpa delle mamme.
Da quando sono nata l'ho sempre vista fare qualcosa, passando dall'affrescare i muri, fino ad arrivare a creare bonsai (più o meno).
Quando cominciava a fare una cosa, continuava per un certo periodo. C'è stato il periodo dei fiori secchi, quello degli acquerelli, quello delle gonne a palloncino, quello dei gioielli di cera....e anche quello dei piatti dipinti.
Funghi, mi sembra case, e lettere che ricopiava dai libri tipografici di mio nonno.
Quell'anno a natale sono stati regalati piatti, ne sono sicura. In casa nostra apparvero i funghi, una strega ed un fantasma, e le nostre iniziali.
La casa poi cambiò, e solo le iniziali furono riappese, sulla porta della cucina. Ma poi altri piatti, numerosi e preziosi fiorirono sul muro e i piatti con le iniziali furono messi in un armadio.
Quando poi ci trasferimmo noi, tutta la casa fu svuotata, per poterla curare. Molte cose furono buttate via, ma i piatti no, loro vennero rimessi in fondo all'armadio.
Ogni tanto li guardavo, ma poi non sapevo dove metterli.
Poi mi sono ritrovata con un ingresso, che aveva n muro oscenamente nudo, almeno per i miei gusti.
Il pensiero è corso ai piatti in fondo all'armadio, e dopo un attimo di esitazione sono stati appesi...dei piatti in ingresso sembravano bizzarri persino a me.
Ma poi quando li ho visti appesi improvvisamente ho capito. Le lettere si sono composte e un sorriso ha incurvato le mie labbra.
L come Luigi, M come Milena, G come Gaia.
Ma anche L come Luca, Lapo e Lola, M come Maia, G sempre come Gaia.
Eccole lì le mie lettere, le lettere del mio destino,  colto appieno solo quando le ho viste appese sul muro, memoria passata, presente e futura.


O porca miseria, ora sapete i nostri veri nomi...e adesso?

mercoledì 26 dicembre 2012

IL NOSTRO NATALE

Il pomeriggio del 24 una Patamà sull'orlo di un esaurimento con un tremor da pacchetti in stato avanzato, carica in macchina due patasgnaffi agitati come babbuini e una stordita dalla confusione che la circonda. Un Patapà in odor di santità si mette alla guida. I successivi cinquanta minuti assomigliano abbastanza all'idea che Patamà ha dell'inferno e i suoi nervi vanno definitivamente in pezzi. L'anno prossimo una confezione di bromuro potrebbe essere il dono più gradito. Arrivati dal nonnoRo, l'atmosfera rilassata, elegante e accogliente ha un effetto rilassante, quanto meno sulla genitrice, ma in fondo i miracoli a Natale non esistono... O era il contrario?

La notte scende fredda e scura anche sulla patacasa e babbo natale inspiegabilmente riesce ad entrare nonostante la palese assenza di camino.
E così il giorno di Natale è tutto uno spacchettare, guardare appena, accantonare, passare al successivo.

Fino a che non è il momento di mettersi a tavola. Anche qui la pace è relativa e c'è sempre qualcuno che non è seduto al suo posto!
Fortunatamente il primo pomeriggio vede la piccola dormire, e i grandi affacendati dietro i nuovi giochi.
Una breve sosta sul divano e la patafamiglia, pacchetti alla mano, è già pronta per il terzo round.

Di nuovo in città, dove le nuove generazioni familiarizzano.

Quel che era rimasto vuoto nella pancia, ben poco, viene riempito, e di nuovo i cinque, non si sa bene se eroi o pazzi, si rinchiudono nuovamente nella scatola di latta con le ruote e proseguono il viaggio, stavolta verso sud. Babbo Natale regala a Patamà un lampo di genio, e i bambini vengono ipnotizzati dalla Pimpa che fa capolino da un quanto mai provvidenziale iPhone.
La notte è nuovamente calata, fredda e scura. Ma lucine mostrano la strada ai nostri pellegrini che finalmente trovano riposo ( dopo aver rifatto 4 letti, pulito per terra e lustrato il bagno, ma questo sarebbe un finale meno poetico)

E il vostro Natale è stato più riposante?

Le foto sono messe a cavolo, indovinate voi dove dovevano essere! Buon divertimento! ;-)

giovedì 26 gennaio 2012

PHOTO BOOTH

Me lo ricordo come fosse ieri.
Era la prima estate di Patasgnaffa, ero al mare con i due bambini e le nonne a rotazione.
Patapà era rimasto a casa a tirare la carretta e gozzovigliare la sera.
Quando potevo dopo le otto, messa a letto la più piccola scappavo via, raggiungevo la spiaggia, facevo vagare i pensieri mi immalinconivo un poco e poi  chiamavo il consorte lontano.
Quella sera il tramonto era azzurro rosa e il mare spumeggiava, intenzionato ad andare a salutare da vicino le cabine.
Ero seduta sui gradini con lo iodio che mi frizzava nel naso, e Patapà me l'ha detto.
"Abbiamo un altro figlio, è bianco come il latte, leggero veloce e arrotondato. E' bellissimo".
Aveva comprato un Mac.
Da allora la nostra vita è cambiata radicalmente.
Ci seguiva in ogni stanza della casa, solerte e sempre pronto.
Ogni tanto stava a tavola con noi, con qualche amico lontano dall'altra parte.
E i bambini scoprivano Photo Booth. All'inizio era una sorta di malattia, Patasgurzo in particolare adorava farsi mille foto.
Negli ultimi due anni il Mac è finito in camera dei Patagenitori, lontano dalle grinfie dei voraci piccoletti.
E' invecchiato, perde la A, va più lento e quando si accende il lettore cd rotto canta una triste canzone.
Oggi Patasgurzo ha voluto farsi nuove foto, come ai vecchi tempi...e me le ha fatte riguardare tutte.
Ecco un pezzo della nostra storia. Una Patasgnaffa ancora piccolina, denti da latte non ancora caduti, la casa vecchia, capelli corti che si allungano e poi ritornano corti, una nuova Patagnoma....i miei bambini...se posso dirlo, bellissimi.