martedì 7 gennaio 2014

WHATSAPPANDO SI IMPARA

Prima di Natale io e Patapà ci siamo arrovellati a lungo sul regalo da fare a Patasgurzo. Lui come tutti gli anni aveva chiesto la Play Station, ma avendo già la Wii non se ne parlava nemmeno. Questa volta ha chiesto anche un cellulare.
All'inizio gli avevamo risposto picche, ma poi si è fulminato il suo Ipod. Si è appropriato di quello di Patasgnaffa, ma evidentemente non era la soluzione migliore. Patapà si è offerto di passargli il suo, il mio è ormai quello di Patasgnaffa, ma ricerche accurate, in ogni angolo della casa, in ogni anfratto della macchina, non l' hanno scovato e così  abbiamo dovuto darlo ufficialmente per disperso. Sono sicura che salterà fuori a breve, tanto ormai non è più fondamentale.
Comprare un altro Ipod a questo punto sembrava una follia, e così abbiamo iniziato a rimbalzare come palline di flipper tra tablet e telefonino. Un giorno uno ci sembrava la soluzione più logica, il giorno dopo era la rappresentazione del male.
Ormai il Natale era agli sgoccioli e ancora nel sonno si alternavano tablet, smartphone e telefonini. Bei sogni vero?
Avevo già un tablet nel carrello quando è saltato fuori che un gruppetto di amici di Patasgurzo si vedeva più spesso perché si mettevano d'accordo su Whatsapp.
In effetti in un epoca in cui il telefono di casa squilla solo per ricevere offerte improbabili di sconosciute compagnie telefoniche, noi mamme siamo diventate le segretarie dei nostri figli. E visto che già sono autista e lo sarò ancora per molti anni, ho avuto la visione di me sgravata da almeno una mansione. Quindi in extremis ha vinto lo smartphone. Con blocco del 3G e parental control d'ordinanza. Con l' obbligo di lasciarcelo controllare e di conoscere la password. Con la certezza che ancora non fosse necessario.
La mattina di Natale ho deciso di leggergli le 18 regole per l'utilizzo dell'iphone scritte per un figlio tredicenne che da un anno circolavano in rete.
Ne condivido ogni singolo punto, ma ho deciso di non leggergli quello inerente il fotografarsi le parti intime, perché mi sembrava non fosse ancora necessario.
Gli ho letto invece quello sul divieto di cercare contenuti porno...peccato che poi ho dovuto spiegargli  cosa fosse! Accidenti a me.
Lui subito si è copiato dalla mia rubrica i numeri che potevano essergli utili, e pieno d'orgoglio ha mandato messaggi con il suo nuovo numero.
Pian piano ha recuperato quelli di alcuni suoi compagni, si è scaricato Whatsapp e ha iniziato a divertirsi.
Ha mandato messaggi anche a me che ero nella stessa stanza. Anche quelli vocali, di cui ancora non capisco l'utilità.
Per alcuni giorni l'ho lasciato fare, poi una sera ho controllato. E mi sono cadute le braccia.
Messaggi sgrammaticati, troncati, senza senso e in numero esorbitante. Whatsapp in mano a un preadolescente è la cassa di risonanza della stupidera.
E così ho deciso di fargli un discorsetto.... poi ho cambiato idea, ho deciso di whatsapparlgielo....chissà mai che gli rimanga più impresso.





Vademecum da chat:

1) rileggi sempre ciò che scrivi, un errore può sempre scappare, ma deve essere l'eccezione, non la regola.
2) non scrivere troppe cretinate e abbrevia il meno possibile. Come devi saper parlare così devi saper scrivere, anche in chat.
Pure questo fa parte di come appari, e devi apparire intelligente, perché lo sei.
3) un messaggio idiota può anche far ridere, cinque non fanno ridere più nessuno. Neanche il più scemotto dei tuoi amici.
4) sii educato e rispetta lo spazio altrui, anche quello virtuale. Sii educato e rispetta chi è più grande di te; il fatto che whatsappiate insieme non lo fa diventare un tuo pari. E comunque anche i pari vanno rispettati.
Sicuramente mi verranno in mente altre regole da rompipalle, ma fidati, sono importanti. Imparale
Ti amo tanto :-*
5) tre emoticon al massimo sono quanto un messaggio può sopportare

Da qui in poi si accettano contributi, che io Whatsapp l'ho scaricato il 20 di Dicembre per non essere del tutto impreparata!



sabato 4 gennaio 2014

JAT LAG INVERNALE


L'ho già detto e lo so, non è bello essere ripetitivi, ma non c'è niente da fare Gennaio non mi va proprio giù. E siamo solo al 3.
E' che fa freddo freddo, buio buio e dopo gli sberluccichii del Natale è tutto tristanzuolo.
E non sono sufficienti i rari momenti rubati al sole, ai suoi pallidi e taglienti raggi obliqui, che non bastano a scaldarti, ma sono perfetti per svelare lo sporco in casa. Solo ospiti dall'imbrunire in poi, grazie.

˜

Le vacanze di natale meritano poi una menzione di #cacanze a parte. Se non sono lunghe come quelle estive, sono però più difficili da gestire, con le infinite ore da passare in casa, senza neanche poi poter cercare di soffocarsi con un piumone, avendo creature da accudire.
Che poi dopo l'adrenalina del Natale è come trovarsi sfatti dopo una sbronza. Cosa che talvolta può in effetti capitare. E' come tornare da un viaggio dall'altra parte del mondo, con sulle spalle il peggior jet lag di sempre.
Il pigiama diventa il tuo migliore amico, talvolta scalzato dalla tuta, gli orari serali impossibili tenuti sotto Natale per confezionare improbabili regali, vengon mantenuti in vita dal capodanno e dal lassismo.
Tanto poi la mattina si dorme, eh sì, perché Patagnoma rimbalza in giro per casa come la palla pazza che strumpallazza fino ad orari indecenti ma poi la mattina alle 11 ti tocca svegliarla.
E quindi ti ritrovi con il bioritmo di un sedicenne senza però poterti chiudere in camera con la musica a palla a rotolarti tra calzini spaiati...anche se di quelli ne hai sempre di più.
Per fortuna Patagnoma ha già ricominciato il nido, Patapà il lavoro, e quindi la nave sta cercando di ritrovare la sua rotta. Certo il fatto che sia mezzanotte e mezza e io sia qui a scrivere non depone a mio favore, ma ce la faremo.
Intanto abbiamo cercato di andare al cinema, ma non c'era più posto, e così ci siamo incagliati sul divano a vedere film che faranno piangere Patasgnaffa fino ai suoi 18 anni (Vita di Pi), a guardare Masterchef sognando polpette giganti di carne con un misero brodino in pancia, e registrando tutta la saga di Guerre Stellari che chissà mai quando vedremo, perché le vacanze starebbero pure per finire.
Dovevamo anche andare a vedere Van Gogh, perché la buona volontà ci ha provato a uscire di casa, ma poi a Patasgnaffa è venuto mal di pancia e così mi sono ritrovata con la casa piena di bambini che giocavano a Cluedo e con Patagnoma che andava distratta, altrimenti l'avrei trovata morta nello studio, uccisa dal candelabro che aveva cercato di rubare.


E così l'ho messa sotto ad impastare. L'idea era quella di fare i Kanelbulle, o Cinnamon Rolls, o Girelle di cannella, così per semplificare. Ma conosco i miei polli e la cannella è diventata crema di nocciole e marmellata di cotogne. E udite udite, Patagnoma ha finito il barattolo di marmellata, tralasciando quello di crema di nocciola. Nonnafi ne deve essere ben fiera.
Le girelle sono venute discretamente, non una cosa da leccarsi i baffi ma neanche una tragedia. Tuttavia la ricetta io ve la darei lo stesso, ma così a memoria, per provare un po' di brividi.


Si prende mezzo chilo di farina e lo si unisce a una bustina di lievito da 15gr (forse son tutte così). Poi 80 gr di zucchero, anche se forse la prossima volta ne metterò qualcosina di più, due uova, 70 gr di burro fuso e 250 ml di latte. Si impasta bene, che come al solito vuol dire finché ne avete voglia e poi si lascia riposare la pasta, il tempo di sedare qualche rissa tra fratelli.


Poi si stende la pasta a formare un rettangolo, avendo cura di dare il matterello più grosso a Patagnoma, che è un tipo assai esigente. Si spalma la crema di nocciola/marmellata di cotogna/crema di burro e cannella, si arrotola il tutto fino ad ottenere un salsicciotto che andrà tagliato a fette per ottenere le girelle.


Quindi si spennella di latte, si cosparge di zucchero e si inforna a 200 gradi per un quarto d'ora.
Lo so che ci tenevate ad avere una ricetta di un dolce dopo tutti questi giorni di deprivazione, e io davanti ai compiti ingrati non mi tiro mai indietro.


Ho intenzione di soffocare nello zucchero la mia disperazione invernale, giorno dopo giorno, impegnandomi seriamente a non formulare neanche un buon proposito per l'anno che verrà. Tanto sotto i baffi di zucchero trovo sempre un motivo per sorridere.



giovedì 26 dicembre 2013

NATALE, CON CALMA

Anche quest'anno ci sono cascata. Presa da sacro fuoco e dal terrore di rimanere indietro ho cominciato a fare i regali ai primi di Dicembre. Che poi forse per qualcuno è pure tardi, ma io così mi sento già virtuosissima, come cominciare a pianificare le vacanze a fine Aprile. Il problema è che poi dal 7 in poi non è che mi chiudo in casa, manca sempre qualcosina, c'è sempre qualche commissione da fare e trovi sempre qualcos'altro di carino.


E poi ci sono i regali autoprodotti. Ogni anno mi riprometto di cominciare a Gennaio, ogni anno mi riduco a cominciare si e no ai primi di Dicembre. Comincia allora una corsa sfinente, di serate in cui odio l'orologio e vado a letto davvero tardi. Per davvero troppo tempo.
Il risultato di tutto ciò sono una enorme stanchezza e una quantità imbarazzante di regali. Che vanno pure impacchettati. In quello però sono diventata più brava, compro e incarto. Anzi compro, tolgo dalla scatola smadonnando contro i produttori di giocattoli (quest'anno ho dovuto pure comprare un cacciavite apposta per tirare fuori un gioco dalla confezione) e incarto. In qualcosa dovrò pure migliorare.


Le settimane, 1-2-3-4 che qualcuno ha anche letto come 1.234 chiedendo spiegazioni, bruciano così veloci e l'ansia sale.


Sì perché io a Natale arrivo ansiosa e trepidante, non per i regali che potrei ricevere, ma per quelli che faccio. Un'eccitazione parossistica che scema di botto nel momento in cui la carta regalo viene appallottolata. Uno stress insomma.


Il giorno di Natale poi è sempre stato una corsa, in cui il tempo viene misurato, e i chilometri mangiati via. Ma quest'anno ho avuto il coraggio di dire basta, e anche se le persone che non ho visto mi sono mancate è stato un Natale perfetto.


Con i pacchetti scartati con calma, in più tappe, giusto per digerirli un po'. Con la casa improvvisamente silenziosa, i grandi a giocare, la piccola a dormire. Con un gioco in scatola giocato da tutti...beh, più o meno. Con un film tutti stretti sul divano a cenare con pop corn e finocchi. Con i bambini caricati a molla ma che alla fine, molto alla fine, sono andati a dormire. Con la pioggia che batte forte sul tetto e il computer sulle gambe.
Con un momento trovato anche per farvi tanti, ma tanti, auguri.


sabato 21 dicembre 2013

SCAMPATA STRAGE DI RENNE

E' iniziato a fine Novembre, le maestre che ti chiedono di dare un mano con i lavoretti di Natale. Pochissimo il tempo per elaborare un progetto ma al volo nascono quattro renne. Al volo vengono reclutate tre cavie, che rivelano abili mani e la cosa sembra facile, agile e snella. Anche Patagnoma riesce a fare la sua.
Già le amo queste renne.


Poi i pomeriggi a scuola, i bambini alla spicciolata quattro o cinque per volta, le mani  un po' meno abili, le risate e gli allegri pasticci a rallentare i lavoro, perfettamente imperfetto. E così anche qualche mattina viene trascorsa a scuola. Per respirare i ritmi e scorgere i volti che ogni giorno accompagnano la giornata di Patasgnaffa. Alla fine un privilegio.
Ma le classi sono tre, quasi sessanta renne, e a questo punto le amo un pochino di meno.
Ah, certo, aiutiamo anche le vecchie maestre di Patasgurzo con i lavoretti, e come dire di no. E quasi metà scuola mi chiama maestra. Che ridere.


I giorni di scuola sono ormai agli sgoccioli e alle renne viene data la libertà. Un'amica (sì, dico a te), ottenebrata dal freddo pensa che potrebbero essere dei segnaposti carini per la tavola di Natale e così viene organizzato un pomeriggio di puro sfruttamento minorile.


Ma all'ultimo non ce la fai, un'altra renna e potresti fare una strage. A Babbo Natale poi toccherebbe andare in giro in ferrari (perché è rossa ovviamente).
Ripieghi quindi su paffuti alberelli di cotone.


Sopravvivere al Natale è una disciplina olimpica!

lunedì 9 dicembre 2013

LA GROTTA DI BABBO NATALE

Più di otto persone per me sono una folla. Non sono mai stata una fanatica delle feste, preferisco le cene tra amici.
Per questo non sono mai stata neanche un' amante delle gite. Troppa gente da mettere insieme, passi da coordinare, ritmi che raramente si accordano perfettamente.
Per questo quando mi hanno detto che saremmo andati in gita con l'asilo nido mi è preso un colpo. Per andare alla Grotta di Babbo Natale poi. Patagnoma scoppia a piangere solo a sentirlo nominare, odia gli spettacoli e tutto ciò che esce dall'ordinario. Anche una sedia fuori posto le crea degli scompensi; poverina, è proprio capitata nella casa giusta.
Però ci sarebbero stati anche bambini più grandi e Patasgnaffa non vedeva l'ora di andarci. E il fatto di perdere un giorno di scuola era solo un bonus in più.
Però era un' occasione per conoscere le altre mamme dell'asilo.
Però non posso mica sempre essere la solita rompiballe.
E quindi ho detto sì.
Patapà ha scosso energicamente la testa per i due giorni precedenti e Nonnamì si è offerta di andare al mio posto. E non solo perché non sto ancora bene ( sì, i 40 anni pare che non mi donino molto, sono ormai un catorcio ambulante, quando ambulo), ma anche perché mi conoscono bene.
Ma quando non sono rompiballe sono incredibilmente testarda, mi sono messa in testa che una mamma perfetta le bambine le avrebbe portate a vedere Babbo Natale, e non posso mica sempre vestire i panni della mamma degenere, ogni tanto vanno lavati.
E quindi venerdì  mattina alle otto esco imprecando di casa, inferocita come solo si può essere con il mal di testa, la gastrite e una scoppiettante sindrome premestruale.
Salgo su un pullman gremito di gente tutta allegra, e me ne sono sto a fissare il finestrino con Patagnoma che mi saltella con gli scarponcini sulle cosce e Patasgnaffa che langue per il maldipullman e perché non è riuscita a sedersi accanto a nessuna amica.
Quando poi l'autista chiede la strada a noi passeggeri cerco il freno d'emergenza.
Ma infine arriviamo a Ornavasso, perché è facile, basta andare dritti. E il paese è bello. Riprova del fatto che se la sponda lombarda invidia la sponda Piemontese del Lago Maggiore, forse qualche ragione ce l'ha.
Scediamo dal pullman, l'aria è fredda, e veniamo circondati da elfi cocainomani vestiti di marrone (ma no, almeno i colori canonici del Natale dai!) che sostengono di chiamarsi Twergi, contenti loro, e sono indignati che noi non lo sappiamo.
Inutile dire che il mio umore è in continua picchiata e che Patagnoma odia i Twergi.
Lentamente ci incamminiamo verso il fantomatico Polar Express che ci dovrebbe portare vicino alla grotta. Sono le 10 del mattino e la visita al vecchio ciccione con la barba è fissata per le 17. Cerco subito gli orari del treno prima che scompaia il campo.
Il Polar Express non è un trenino su rotaie ma uno di quei trenini finti che ti portano a spasso nei paesini al mare. Perfetto.
Però c'è un cantastorie simpatico con l'organetto e le scarpe rosse con scritto sopra DX e SX. Un' anima gemella la riconosci subito e parte il primo sorriso della mattina.


Il trenino ci porta a un santuario in cui ci sono un trapezio e un nastro appesi, senza nessuno ad usarli,  penso al circo di Patasgnaffa, a cui quest'anno non siamo riuscite ad andare, e sorrido ancora.
Peccato ci sia anche un orribile uomo travestito da gatto con una lunga spada. A pensarci a posteriori forse era il Gatto con Gli Stivali, noto aiutante di Babbo Natale, ma al momento non razionalizzo più di tanto perché Patagnoma, e chi se no, ricomincia a piangere disperata e a tremare come una foglia. E allora via di corsa, a salire più in alto verso la fantomatica grotta.
C'è un sentiero impraticabile dai passeggini (geniale no?) altrimenti si può  andare su per i tornanti della strada asfaltata. Perfetto, ancora. E ho pure perso il gruppo.
Salendo però incontro due mamme dell'asilo e arranchiamo in compagnia. Sorrido.


Giunte in alto ci sono dei Twergi che truccano i bambini, piattini cinesi e palline colorate. Patagnoma non ha  più paura perché quei Twergi abbracciano Patasgnaffa, fanno sorridere la mamma e le dicono che è cresciuta (non la mamma, ovvio). Infatti non sono Twergi cocainomani e qualunque. Sono Twergi pacati e sorridenti, sono gli insegnanti della scuola di circo. Beh, qui parte un sorriso palese e protratto.
Intanto con la cosa dell'occhio vedo le due mamme con cui sono arrancata su per la strada, salire su un furgoncino bianco e mi  fiondo a chiedere dove stiano andando. Al ristorante, più in alto. Bene , veniamo anche noi. Alla guida del furgoncino una donna con il berretto di babbo natale, allegra e affettuosa. Sì l'ho vista per cinque minuti, ma era così. E quindi sorrido.
Poi un pranzo tranquillo anche se con più bambini, e piccoli, che mamme. Poche chiacchiere ma un' atmosfera tranquilla e rilassata. E allora decido di mollare la rabbia e di sorridere per il resto della giornata. Certo anche di prendere il treno e tornare prima a casa, perché comunque restare nel bosco fino alle cinque di un seppur assolato giorno di dicembre non mi sembra cosa ragionevole. Quanto meno per me, che ho anche una cena alle sette. E non è che passi molte serate fuori.
Uscite dal ristorante, un prato con chiazze di neve, comode per sedercisi sopra, parola di Patagnoma, e una fontana con il mestolo per bere l'acqua ghiacciata. Meraviglia e sorrisi.


Tornati giù alla grotta ancora chiacchere con Twergi circensi e un mago che sicuramente era magico davvero, o quanto meno era simpatico.


Piccole renne e un vento sempre più sferzante. Bambine chiudete gli occhi e mettete il cappello.




Intanto una telefonata di Nonnamì, che risoluta e mamma fino al midollo decide di venirci a prendere.
Allora cominciamo a scendere nuovamente verso valle. facciamo una sosta al santuario perché Patasgnaffa è stata autorizzata ad usare gli attrezzi aerei. Ma il luogo è strettamente presidiato dal temibile uomo gatto e ci diamo alla fuga.
Ancora il trenino e una breve passeggiata, fuori dal percorso prestabilito per le vie del paesino. Chiacchere e dita passate velocemente su nasino di Patasgnaffa che è la cosa più vellutata che esiste al mondo.
Un piccolo presepe in una chiesetta gelida e un cero acceso con un desiderio espresso. Perché in fondo si fa così no?
Poi lo zucchero filato, che vola via come neve dal macchinario e noi afferriamo al volo ridendo.
Il tempo di impiastricciarsi le dita, la faccia ed anche i capelli, di fare una partita a 1-2-3 FAI UNA FACCIA (arrabbiata, felice, triste...) inventato da Patasgnaffa e NonnaMì è già lì.


Il tempo di chiudere le portiere e le bambine dormono già.
Il sole che tinge le nuvole di rosa, le montagne innevate che guardano un lago mosso dal vento. Un' aria tersa e profumata ancora di zucchero filato.
Il gruppo l'ho perso subito, ho socializzato pochissimo, anche se quel poco è stato piacevole, non ho visto Babbo Natale, ma ho passato una giornata come non avrei mai fatto.
All' aria aperta, con le mie bambine, serene e felici anche prima che decidessi di esserlo anch'io.
Ed è per questo che sono stata molto contenta di aver deciso di essere testarda e non rompiballe (sì un po' sì, ma abbiate pietà), e che ringrazio quella pazza di Silvia di avermi trascinato in un posto dove da sola non sarei mai andata.
E dove non tornerò mai più, sia ben chiaro.



venerdì 22 novembre 2013

ERA MEGLIO FARE UNA TORTA


Settimana scorsa Patagnoma è stata malata, una febbriciattola non abbastanza forte da stenderla, quindi abbiamo dovuto trovare un'alternativa ai puzzle perché sono troppo frustranti. Per me perché lei li finisce più in fretta.
La notte precedente l'avevamo passata in gran parte sul divano a guardare la televisione perché dormire con la febbre in questa casa non pare essere di moda.
In realtà io guardavo la televisione cercando di non addormentarmi, lei guardava video su youtube, via via sempre più improbabili.
Quello più visto è stato uno in cui una mano pelosa mescolava via via ingredienti diversi fino ad ottenere una pasta modellabile.


Inutile dire che la mattina non abbiamo potuto esimerci dall'emulare la mano.
Ho cercato una ricetta che comprendesse gli ingredienti che avevo in casa. Ovviamente non l'ho trovata e così mi sono ritrovata mescolare ingredienti "voglio ma non posso".
La farina ce l'avevo. Bene. Il sale pure, anche se ho dato fondo alla scorta. Il cremor tartaro non ce l'avevo, l'avevo finito facendo dolci. Incredibile già che un ingrediente così strano sia transitato nella mia cucina. Quindi l'ho sostituito con bicarbonato e un pizzico di lievito, perché se fosse stata una torta avrei fatto così. Avevo anche l'olio, e non l'ho neanche usato tutto.
Coloranti alimentari ne avevo a paccate, perché le frivolezze qui non mancano mai.



E così abbiamo versato, mescolato, strizzato ed impastato per un tempo incredibilmente lungo fino ad ottenere quattro panetti di una pasta morbida e colorata.
Patagnoma ha subito mischiato tutti i colori creando un serpentone multicolor che sembrava finito sotto a un Tir, poi si è stufata ed è andata a leggersi un libro.
Io, assolutamente in maniera non spontanea, ho dato vita a Barbalalla. Non avevo finito di metterle i fiori tra i capelli (capelli?) che peggio di un soufflè, si è sgonfiata, trasformandosi in una sorta di bignè verde.




Inutile dire che l'esperimento non è riuscito, inutile dire che, essendo una ricetta fallimentare, non potevo esimermi dal divulgarla. Ho una fama da difendere.




mercoledì 6 novembre 2013

POLVERE SOTTO IL TAPPETO

Ottobre è finito, e devo dire che non posso che esserne felice. E' stato un mese orribile perché sono stata molto male.


Non ho intenzione di ammorbarvi con particolari e dettagli, anche se come una vecchia in ciabatte che rincorre il postino per avere nuove orecchie che la ascoltino, sarei molto tentata. Chissà perché gli avvenimenti dolorosi ci sembrano mille volte più interessanti da narrare di quelli felici. Chissà perché le mamme si soffermano sui dettagli raccapriccianti di un parto, e meno sulle capriole che fa il cuore al suo primo sorriso.


Vi dirò che ho passato momenti bui, freddi e duri, attanagliata da un dolore che reclamava tutto per se.
Gli attimi in cui la mente riusciva a fuggire erano pochi, pochissimi, ma sapete dove andava?


All'Ikea a comprare un tappeto. Eh sì, uno grande grande, possibilmente bianco e nero. Perché anche se quando qualcuno di molto autorevole, già molto tempo, fa mi aveva detto che il nero sarebbe stato il nuovo bianco, io avevo pensato che mai, io mai, avrei potuto cedere all'assenza di colori.


Però nella vita ho imparato che la cosa più stupida da fare è dire mai, e comunque ieri ho fatto una risonanza magnetica alla testa per cercare di spiegare questa strana pulsione.
E così settimana scorsa, nonostante sarebbe stato più saggio me ne restassi tranquilla a casa, proprio non ho resistito e all'Ikea ci sono andata lo stesso. Pare si chiami TRS (terapia di recupero svedese), e mi sono comprata un grande tappeto bianco e nero.


A quel punto ho dovuto comprare anche delle tende bianche e nere, perché se no lui si sarebbe sentito drammaticamente solo. E non voglio vedere musi lunghi in casa mia!
Certo, le tende bianco e nere sono rimaste ben poco, ma almeno ci ho provato. Non è colpa mia, è che sono state subdolamente attaccate da pennarelli e pezzi di stoffa mentre ero distratta.


Oggi Patagnoma, al posto di mettere via un puzzle lo ha infilato pezzo per pezzo sotto al tappeto, come faccio io per le pulizie al volo. Sì, faccio anche certe nefandezze.
La stessa cosa voglio fare di questi miei tristi giorni di ottobre, li voglio coprire con un grande e bel tappeto nuovo. in modo da camminarci e ballarci sopra nei mesi successivi, tanto da ridurli in minuscoli granelli di polvere che dispersi nell'aria voleranno via.
Ecco.